NUMERO 2
I classici nell’asilo dei lunatici

"Si va avanti. È l’unica cosa che va avanti."
(K. Kraus)

"La condizione in cui viviamo
è la vera fine del mondo: quella cronica."
(come sopra)

Mi è capitata a proposito la lettura del romanzo di Alessandro Banda, Scusi, prof, ho sbagliato romanzo (Parma: Ugo Guanda editore, 2006). Lettura che mi ha divertito (merito suo) e indignato (merito del suo soggetto, la scuola). Tanta disparità di giudizio merita una giustificazione non tanto per il merito dell’opera, il quale, lo dico subito, esiste e proprio a causa di entrambe le cose, in verità. Ma non vorrei che soprattutto l’indignazione venisse accolta come l’ennesimo colpo di fucile sulla Croce rossa, atto immorale tanto in verbis quanto in factis. Il fatto è che il collega Banda esprime con l’ironia cara a Petronio o Rabelais il disagio di chi come lui e noi tutti abbiamo scelto, soprattutto per amore, l’insegnamento delle discipline umanistiche. Perché qui la profezia nefasta di Heidegger pare essersi compiuta. Vivendo nell’età della tecnica (vedi il filosofo che vestiva alla montanara), ne discende che solo un dio ormai può salvarci (idem) e che l’uomo è ormai (anche) "superfluo" (Günther Anders). Il dominio della tecnica, così come la tecnica del dominio, hanno ampiamente dimostrato e dimostrano di quali orrori si diviene capaci. Anzi: più l’incapacità (in senso psichico-giuridico) aumenta, tanto più la capacità (in senso politico) è libera di scorrazzare in lungo e in largo nella più generale, o pressoché totale indifferenza. E politica significa anche "scuola", e soprattutto scuola, visto anche il mandato autorevolissimo della nostra Costituzione che diffusamente ne tratta. Ora, attuarla mi sembra il modo principale di rispettare la nostra carta fondamentale. Il che, dato che non è così, mi suggerisce che siamo scivolati di colpo nelle norme transitorie perdendoci il meglio che c’era prima. La scuola, come il mondo del lavoro, come tutto quello che rispecchia il "sociale" versa nella stessa drammatica crisi di in attuazione e disinteresse del dettato costituzionale. Ciò detto, mi perdoni Tacito, con tutta l’indignazione e la malevolenza che sento pensando a queste cose. Il politically correct funziona dentro un più generale quadro di correttezza, non esistendo il quale non si capisce come faccia ad esisterne una determinata fattispecie. Quindi sarò programmaticamente scorretto, ma ritenendo opportuno premettere almeno due cose.

La prima è che, in obbedienza all’intitolazione della rubrica, non desidero proporre una "recensione" vera e propria, data l’inutilità sociale di questa pratica e lo snobistico elitarismo che presuppone questa pratica. La seconda premessa, riguarda il convergere dei miei pensieri riguardo il testo di Banda con l’impulso di ripercorrere, in una sorta di lettura ideologica parallela, quel prezioso manuale di etica degli Sprüche und Widersprüche di Karl Kraus (in italiano, "Detti e Contraddetti", editi da Adelphi anni or sono). Una raccolta di annotazioni legate fra di loro da un filo sottile che ora ritrovo nelle ultime pagine del romanzo di Banda, e cioè l’idea che la gloria della letteratura sia il suo stesso corpo, cioè la lingua, la sostanza linguistica che ne garantisce il valore e la memorabilità. Non credo che oggi l’indignazione krausiana sia fuori luogo, tanto più che l’idea folgorante che ne sorveglia anche gli eccessi è che la lingua non si domina (questo è tipico, egli dice, dei commessi), ma che essa vada servita (e questo dovrebbe essere caratteristico degli scrittori).

Aggiungerò subito che il "tormentone Calvino" (Italo) – come in genere tutta la letteratura che fa del Mosé di turno il proprio presupposto metafisico (Pennac & Co. inclusi) sul "come" e "perché" leggere o rileggere i classici (mi verrebbe da obiettare: "perché no?"), qui viene da me radicalmente evitato, perché lo snobismo di fondo che lo governa, per non parlare della patologia implicita in una tale posizione, è pari al reputarsi non dico appunto come Mosé ma come a quegli ospiti più o meno irrequieti dell’era pre-Basaglia che popolavano gli "asili per lunatici" (pedestre traduzione dell’albionico "lunatic asylum"). Che i classici abbiano ancora da dire quello che hanno da dire è un sofisma buono per le conversazioni sociali, ovvero le monologazioni polifoniche, le quali, come le suonerie dei cellulari, si possono scegliere digitando il codice relativo, e il gioco è fatto. Ora, la differenza che intercorre tra la suoneria e una conversazione dipende dalla capacità di interagire col proprio prossimo o piuttosto con l’apparecchio in questione. Mi pare, quindi, che si possa sostenere con una certa sicurezza che chi parla da solo possa essere classificabile a vista come farneticante. Provate a immaginare una coalizione di farneticanti, e otterrete, a seconda dei casi e dei luoghi, un convegno, una serata del bel mondo, una comunità di recupero per disagiati psichici o, infine, un consiglio d’istituto. In una parola, una collezione di pensieri impassibili. La legiferazione decalogomane possiede appunto questo carattere, cioè di essere una silloge di pensieri impassibili. Il resto viene da sé. Speriamo, ma anche su questo si nutrono fortissime riserve.

Mi pare invece più opportuna l’idea che leggere i classici rappresenti un contributo essenziale allo sviluppo del nostro lessico intellettuale nonché la possibilità che le nostre speranze di articolare la prospettiva temporale dipendano dalla complessità del nostro rapporto con quei testi che sono tali in duplice prospettiva: come opere esistenti e tramandate ed anche come testimoni non solo di un’epoca ma dell’essenza profonda dell’uomo, almeno di quello che ha prodotto la cultura occidentale, dagli incerti albori fino a questo incerto e quanto mai tragicomico tramonto. Voglio dire che l’attualità della vis polemica del grande viennese è portata tutta sulla struttura, la lingua, e non certo sull’orpello, il déco. Per lui, come per Musil, la Kakania, una delle tante e non ultime ipostasi della geografia letteraria, affonda nell’autodistruzione linguistica, e di necessità etica ed estetica (convenendo, chi scrive, col detto di Wittgenstein che etica ed estetica sono la stessa cosa). Tesi impopolare, naturalmente, ma non è certo colpa sua. Io credo che la colpa sia della sempre più abissale distanza che si scava tra una pensiero conformista e minimalista, votato all’efficacia tecnica (direbbe Pasolini), a svantaggio della comunicazione umanistica, votata all’efficacia comunicativa senza scopo pratico, come sarebbe la capacità astrattiva di una dimostrazione geometrica o la riflessione di Winckelmann sull’Apollo di Belvedere. "Frigorifero" è parola chiara tanto a Palermo quanto a Campione d’Italia. "Ermo" invece, pericolosamente imparentato ad "ermetico", è condannato senza appello all’inesplicabile, proprio per un deficit utilitaristico. Inoltre, chi mai oggi parlerebbe di un "ermo frigorifero" a meno di non voler solleticare misteriose e improbabili punte liriche nella planimetrie domestiche? Certo il problema della parodia consisterebbe nel distinguere l’implicazione morale di una tale scelta dalla "ispirazione" –dove mai va a cacciarsi l’ispirazione!- non indegna dei mirabolanti ready-made dei Novissimi e dei pronipoti postodierni. Ma anche qui dobbiamo essere grati al bell’accidente che scatena una guerra d’ingegni così graziosa. Il fatto è che nel nostro bel Paese dove il "sì sona" (e se la canta, anche), dal punto di vista intellettuale (ma ancora per poco solo in quest’ambito) "indigeno" e "indigente" fanno coppia fissa. Del resto, l’idea che i cristiani durante le persecuzioni si nascondessero nella "ecatombe" non l’ha pensata Stefano Benni o Alessandro Bergonzoni, ma un ignoto candidato al test d’ingresso nella Facoltà presso la quale presto servizio. Non so se debba prevalere la pietà o l’iracondia, se cioè il censore cruscante debba stigmatizzare l’abominio, oppure il cultore del "witz" (quanto in relazione con l’inconscio dipende da altro) debba premiare l’acutezza. Ma il problema è proprio questo: perché se una frase così la dicono Bergonzoni o Benni (o tutti e due insieme, non importa) mi viene da ridere e se invece sgorga dalla penna di anonimo italiano del Novecento mi indigno? La risposta facile: nel primo caso trattasi di coscienza linguistica, nel secondo invece di incoscienza, o di motilità ameboide delle cellule neuronali. La prima risposta implica una cultura linguistica e letteraria in grado di padroneggiare l’energia dell’errore in modo interessante. Nel secondo caso, si tratta di terrorista ucciso dalla deflagrazione dell’ordigno che stava innescando. Riposi in pace. Noi non potremo farlo mai più. Ora il problema è il seguente: quanti di questi dinamitardi armati licenziamo ogni anno o ogni sessione dall’istituzione che avrebbe invece il compito di formare degli artificieri almeno non così pericolosamente maldestri? E quante e dove sono le mine inesplose su cui incautamente possiamo posare il piede? Nessuno ha le mappe, e le testimonianze locali sono contraddittorie quando non tendenziose. Se dovessi esprimere un quadro epidemiologico, direi che oggi l’anoressia trionfa e la bulimia è soltanto una rara forma di obesità nevrotica, pantagruelica. La fame di parole non trova posto in nessun discount del sapere, tanto oramai il sapere è ridotto a questo, risparmiamo sulla pubblicità e abbassiamo i costi. Verranno a comprare in tanti. Mi viene anche da ridere quando penso a espressioni infelici quali "offerta formativa". Premesso che la domanda, quanto l’offerta, sono in flessione netta, a chi offriamo l’eventuale esubero? E offriamo davvero cosa a chi decide di accettare l’offerta? Esiste una Consob della formazione culturale che sospenda i titoli eccesso di rialzo o di ribasso ed eviti speculazioni e truffe dei soliti "furbetti del quartierino" dell’istruzione? Una volta avrei giocato la carta del ciceroniano "O tempora! O mores!". Oggi invece per farmi capire devo pescare nel "Fondo Ricucci" più che in quello della Laurenziana. Questa è attualità, l’altra archeologia e tra l’altro in una lingua "morta"! Inguaribile necrofilo, ecco cosa sono, ma anche quando vado a disseppellire il "balbo parlare", o "Arremba sulla strinata proda". Il fatto è che il cinema dovrebbe accollarsi il compito di promuovere la letteratura tramite un personaggio avventuroso e affascinante, un Indiana Jones delle lettere. Ve lo immaginate? "Indiana Jones e la ricerca del tempo perduto"; "Indiana Jones e i fiori del male"; "Indiana Jones e la cognizione del dolore", "Indiana Jones e la montagna incantata" e così via, fino al vertice assoluto: "Indiana Jones va’ dove riporta il cuore", ultimo episodio, molto intimista e disfattista di un eroe che ormai ha percorso la propria strada e sta per uscire all’ultimo casello…Titoli d’indubbia suggestione, ma al botteghino sarebbe un successo?

La tragica selva di somiglianze che accomuna la Kakania di Musil-Kraus col Tragedistan di Banda, consiste proprio in questo: una programmatica operazione di oblio, che fa di questa risorsa umana il narcotico capace di spegnere, lentamente e inesorabilmente, gli esseri umani in ragione della creazione di una nuova specie, temo non certo "superiore" o "eletta" (e poi, da chi, di grazia?), la cui tabe incurabile è la progressiva afasia a vantaggio della risposta meccanica allo stimolo, esterno ovviamente.

La mia poca simpatia per le definizioni consiste nel presupposto che nel tracciare un confine non si venga fatalmente colpiti dalla "sindrome di Romolo": ovvero, che interno ed esterno, dentro o fuori, sia una logica assolutamente parziale e vendicativamente sospettosa dell’altro. Forse Zygmut Bauman coglie nel segno quando parla di "concetti fluidi", e certo prima di lui Ovidio con le sue metamorfosi ci aveva già dato una chiave di lettura della complessa realtà nella quale siamo immersi. E come l’uomo in ammollo, magari attendiamo con fiducia il detersivo morale che lava bianco che più bianco non si può. Può darsi che sia stato l’eccesso igienista a procurare quell’ansia da lavacro per la quale esci dalla scuola completamente immacolato. Un sapere in bianco su un’intelligenza imbiancata. Se fosse un quadro, sarebbe un’opera d’arte, e invece è solo un’opera senza arte né parte. La proposta è quella di una lettura, sia chiaro, affidata all’intelligenza dell’immaginazione come capacità di pensare oltre il limite, la siepe del reale, e di rendere questo pensiero attraverso immagini. Ma tant’è. L’ipotesi di Galileo, la sua celebre affermazione che sostiene essere il libro del mondo scritto nei caratteri chiari e distinti delle matematiche –e pensando alla cronica riluttanza dei tragedistani alle matematiche-, comporterebbe un indelebile deficit delle nostre capacità percettive. Il capro espiatorio, come sempre, va cercato non in noi, ma fuori di noi (riecco Romolo e la sua perversione del confine). Questi è impersonato dalla scuola, di ogni ordine e grado, naturalmente, università compresa. Mai alma mater fu più matrigna di costei. Ne ha ben donde Leopardi a lagnarsi, e noi con lui. Magari non con le sue parole, fuori portata dalle nostre che devono accontentarsi di ben più modesto tenore: ma è proprio questo limite la nostra prigionia, il limite linguistico, la nostra povertà diffusa e cronica, della quale la scuola ha certo responsabilità, ma non ne è l’unica. Il problema è che oggi non si vuole proporre la "difficoltà" come stimolo di crescita ma, banalmente, come sforzo privo di un fine pratico. Ma chiunque capirebbe bene che non è solo ciò che ha valore pratico ciò che conta. Se non bastasse il mio "debol parere", vorrei aggiungere quello di Maurizio Pollini di qualche sera fa: bisogna educare alla bellezza, all’importanza della bellezza, al paradosso del disinteresse della bellezza ad ogni finalità pratica. Ricordo in modo molto vivo e commosso il mio impatto con la bellezza, la lettura di Omero tradotto dalla Calzecchi Onesti (traduzione voluta, anni or sono, da Pavese per Einaudi), che per me, insieme all’indimenticabile Vecchio, Ungaretti, che recitava il prologo dell’Iliade nella traduzione di Monti, diventava per sempre quella musica delle parole che insegna a dare valore al silenzio e alle vicende di un’esistenza che, in quella dimensione, non necessita delle certezze della storia, perché la storia stessa risulta un’incertezza affidata a intervalli di date memorabili. Una vita, come un testo, può avere senso anche senza l’ufficiale dell’anagrafe. E inoltre non si sbagliano forse coloro che pensano che la realtà è solo quello che si vede? E valga ancora l’osservazione che anche vivere "al cinque per cento" può essere sufficiente e degno di memoria. Qui è il punto cruciale, sfiorato da Calvino: ciò che è degno di memoria lo è perché la stessa memoria non potrebbe articolarsi al di fuori di questo codice linguistico. La sua proposta, snobistica ed elitaria, non avvicina alla lettura, ma giustifica chi se ne allontana perché, come molta della sedicente sinistra immagina, essere radical chic significa essere "à la page" senz’altro, ma direi che siamo nei paraggi del paratesto, cioè della quarta di copertina che tutti leggono come leggono l’etichetta della bistecca del supermercato. Da dove viene il bovino, chi l’ha macellato, quando e, soprattutto, quanto costa. Il che è stata la fortuna, anche economica, di diversi personaggi non solo in cerca d’autore ma anche di editore e di editor. Riconoscere la sofisticazione dipende non dalla scuola del sospetto, ma dalla scuola dell’istruzione, semplicemente. Anche la televisione ne offre molti esempi che per fortuna coprono democraticamente l’intero arco parlamentare, come se politica equivalesse a cultura. Ma se manca una cultura della politica come possiamo sperare in una politica della cultura? (Il genitivo soggettivo e oggettivo è d’obbligo in entrambi i casi). Se per assistere a "Rocco e i suoi fratelli" devo imbottirmi di Prozac visto che va in onda nella fascia oraria degli zombies (ovvero nell’ora che non può il calor diurno intiepidire il freddo della luna, vinto da terra e talora da Saturno) le sole reazioni possibili possono essere o la lettura di Testori o l’affiliazione ad una setta satanica (le cose non sono necessariamente in contraddizione fra loro, dato il carattere esoterico di entrambe le condizioni).

Qui voglio segnalare una difficoltà sostanziale che riguarda la nostra depauperazione linguistica, e cioè la difficoltà della memoria ad esistere e consistere laddove essa è appunto l’elemento di crescita, non l’ostacolo. Se la scuola si ricordasse di questo impegno, certo migliorerebbe la qualità intrinseca e i risultati. Un buon punto a favore sarebbe affiancare un logopedista tanto agli insegnanti quanto agli studenti.

Nel caso del nostro autore, come dichiara il gustoso exergon, chi racconta è "persona informata sui fatti" non può che esordire con un’immagine esemplare, laddove la sala professori è l’analogo di una morgue, dove si aggirano ombre avvolte da nomi-senhal esemplari: Pomponia Grecina, Crepereia Trifena, Toboso, Porfirione, Pippetti, Sacer, Dan Baha, Malgorzata Zebitowska, tutti capitanati dal preside Kalforth. Ma da qui in poi, ci serve l’indulgente ironia manzoniana, o l’arguto sarcasmo gaddiano (la linea lombarda al completo, insomma) per seguire le peripezie demenziali di un manipolo di docenti costretti ad obbedire all’editto ministeriale che stravolge, nel suo programma pedagogico, una memorabile frase del Rimbaud "veggente": "Bisogna essere assolutamente moderni". Di necessità si propone ai docenti di "riscrivere" in questa chiave i classici della letteratura italiana. Nella fattispecie, ci si concentra su I promessi sposi, le Ultime lettere di Jacopo Ortis e la Vita Nuova. Questa è la "grande azione parallela" che il Tragedistan dovrà celebrare per educare i suoi virgulti alle magnifiche sorti e progressive delle patrie lettere. E qui vale la pena indugiare su un’altra riflessione collaterale all’insania dei precetti ministeriali. Si tratta di una richiesta, che vorrei formulare in questi termini: all’elenco delle convenzioni stilistiche-formali cui sottostanno (o presuntamente dovrebbero sottostare) le forme letterarie, e la loro compulsiva ossessione didattica, si dovrebbe aggiungere la Convenzione di Ginevra. La quale, come sappiamo, protegge, almeno sulla carta, i prigionieri di guerra garantendo un trattamento umano senza metterne a repentaglio, nonché la vita, l’incolumità psico-fisica. Non si sa perché questa integrazione non sia stata ratificata dalle diverse Nazioni, alle quali pure non sfugge il destino deprecabile di autori forse ancora non divenuti classici –il varcare l’onda di Lete è una premessa in aggirabile- come Salman Rushdie. Rivedendo le immagini dei funerali di Pasolini, non riesco a dimenticare le parole di Moravia sui poeti che non dovrebbero essere uccisi, e la barbarie inconcepibile quando questa ignominia si compie. Sono due esempi, ma abbastanza chiarificatori della premessa di questo discorso che riguarda i classici. Siamo sicuri di non essere, rei confessi o in contumacia, di delitti capitali nei loro riguardi? Uso il plurale volentieri, perché nessuno può chiamarsi fuori, almeno qui ed ora, contravvenendo all’attività più importante praticata entro i sacri confini del Tragedistan.

Il Tragedistan è uno strano Paese dove le scuole, opifici del sapere (anche se non si sa quale) sfornano (il confine fra panificatore e criminale è preoccupantemente labile) con efficienza pari alla mole di inutilità comprese nella programmazione didattica ministeriale orde di soggetti, di vittime verrebbe da dire, già imbandite per la tavola degli iddii pestilenziali che oggi come allora, come sempre, sono pronti a divorarli, trangugiarne anima e budella. Il Tragedistan è una terra dove è attuale ciò che rientra nella depressione incivile di un popolo che si esprime poco oltre la barriera gutturale australopiteca, dove le circolari del ministero assomigliano irresistibilmente in peggio alle legiferazioni spagnolesche di manzoniana memoria, e dove gli Azzeccagarbugli proliferano a vista d’occhio ma senza quella levità che contraddistingue l’immortale maschera rendendola quasi necessaria all’esercizio della bonomia. Al peggio, Flaubert parlerebbe di imbecillità. L’idiozia tragica non è così soltanto una condizione del presente, ma una categoria dello spirito, e si direbbe anche una delle più incrementate nel tempo e nella quantità. Sulla qualità, rimetto il giudizio ai posteri, meno arduo di quanto non si creda. Certo è vero che mai, del resto, categoria sociale sia meglio maltrattata degli insegnanti, screditati nel peculio e nella dignità sociale, costretti a gestire realtà fatiscenti nel corpo e nello spirito, apostrofati nella società post-industriali di essere gente che non lavora, essendo in realtà il lavoro solo quanto rientra nella maledizione adamitica che coniuga il sostentamento alla copiosità del sudore della fronte. Ma oltre al Genesi vogliamo affiancare il più recente Weber, quello del "lavoro intellettuale come mestiere"? Forse nemmeno l’attuale pontefice avrebbe da ridire a tale riguardo, fatti salvi i privilegi trascendenti del Libro sacro. Questa è soltanto una, ma notevole, "crux desperationis" della filologia dell’orribile sul cui abisso stiamo allegramente rotolandoci, celebrando modesti pennivendoli come Balzac redivivi. Alla "nobiltà dello spirito" di Mann sostituirei "Miseria e nobiltà" di Scarpetta, in più recitata da attori dilettanti, votati allo sbaraglio e allo sbadiglio. Vorrei aggiungere che da sempre l’umorismo risulta una costante necessaria, che la "satura lanx", proprio come il piatto latino, deve accogliere sapori diversi, per cui la "varietas" rappresenta la sua succulenta risorsa ed eccellenza. Vorrei solo che noi fossimo più agguerriti nel gustare i cibi, riconoscere le liriche al metanolo, i pamphlet al botulino, le scamorze drammaturgiche spacciate per Parmigiano, racconti OGM mutanti in romanzi, romanzi che come la Salerno-Reggio Calabria sono appaltati a schiere di "scrittori-ombra" e ombre di scrittori che vanno a pubblicizzarli in televisione. Insomma, vorrei libri IGP, DOC, VSOP, senza che nessuna implicazione esterna o estetica mi inducesse all’acquisto e alla lettura (qui le cose non sono necessariamente in relazione). Vorrei che la gente si sentisse autonoma nelle proprie scelte e nella propria "capacità di giudizio" (qui Kant proprio ci voleva). Siamo capaci d’incazzarci se ci copiano la Nutella, ma se trafugano una scultura riusciamo al massimo a protestare spazientiti, come fa l’amministratore del condominio con l’ignoto condomino che frega le riviste degli altri. E morta lì.

Banda ha quindi un merito che consiste in quello che apparentemente potrebbe sembrare un ovvio limite. Anzi, è proprio questa la "lectio difficilior" dell’umorismo "pasticheur" delle riscritture cui i testi summenzionati sono sottoposti. Forzando i termini, mi verrebbe da dire che questa "lectio horribilior" –tuttavia divertentissima e godibile- proposta dal Nostro sia l’espressione più evidente dello sconcerto che ogni volta si constata quando si spaccia l’abbassamento del piano della comunicazione ai fini di una corrispondenza efficace con il proprio uditorio. Divulgazione, tuttavia, non è diffamazione. La scuola oggi propone la diffamazione del proprio patrimonio culturale, cosa del resto già in atto negli altri mezzi di comunicazioni di massa. Forse ci si accoda all’esigenza dei tempi per non morire, ma è una vita triste e stentata questa. E il coraggio delle idee importanti che solo oggi manca non è forse l’aspetto più evidente di questa fine triste cui siamo votati, renitenti o meno che fossimo? Oggi i linguisti, certamente a ragione, concentrano la loro attenzione sulle nuove forme di comunicazione (i nefasti SMS e loro semenza), oltre che dilungarsi sull’archeologia e sulla futurologia della loro discendenza. Ma che dire dell’incomunicabilità fra le generazioni? Non è forse plausibile che tale incomunicabilità riposi sull’assenza di un sapere condiviso che oggi, fuggendo il tempo molto più rapidamente rispetto solo a dieci anni fa, diventa sempre più distante. Cosa hanno da dirsi oggi (alla lettera) genitori e figli, insegnanti e allievi, intellettuali e politici, eccetera?

Uno spettro si aggira per il Tragedistan e per il villaggio globale, in attesa di ridiventare una "caverna cosmica" di platoniana memoria: lo spettro dell’afasia. Quando il potere si regge sul ruggito degli stadi e le catapecchie delle periferie, scriveva Frank Herbert, allora il potere sta certamente realizzando il proprio progetto assolutistico ed omicida. L’educazione democratia è fatta di molte parole e non di pochi e sintetici concetti. Come pensava Brecht, la differenza fra sfruttatori e sfruttati si fonda, anche, sull’esiguità del vocabolario di quest’ultimi. Il sospetto simmetrico è che se tutti sono idioti allo stesso modo, allora nessuno è più idiota di un altro ("idiota" nel senso etimologico della parola, naturalmente). Questa è una verità scandalosa, è una pietra d’inciampo che si pensa di poter eliminare gettandovi sopra una colata di circolari a presa rapida, capace di cancellare l’asperità e di facilitare il percorso che porta dall’asilo al diploma di laurea in uno stato di beata narcosi. Vogliamo che tutti siano come Renzo? "Cosa vuole che m’importi del suo latinorum?". Se adatto la sua battuta all’epoca presente (con animo malevolo, ma bisogna che sia così) la cultura è vista come un formulario ostile che serve a confondere e a raggirare, almeno quanto la lingua curiale delle leggi firmate dal Conte di Olivares. Il cui eroico "star duro" è parimenti una sventurata opzione contro cui scagliarsi contro con disperata e inutile furia.

I classici assomigliano alla rassegna dei ritratti degli antenati nella sala del palazzotto di Don Rodrigo. Incombono minacciosi e morti, e tanto più minacciosi quanto più morti. Deorum manium iura sancta sunto. Non è forse così all’ombra dei cipressi e dentro l’urne di marmo? Ora verrebbe davvero a taglio l’osservazione di Kraus là dove sostiene che nello spazio della differenza fra l’urna e il vaso da notte si colloca la civiltà. Gli altri invece, aggiunge, gli "spiriti positivi", sono quelli che usano l’urna come vaso da notte e quelli che usano il vaso da notte come urna.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare ad una prima lettura, Alessandro Banda scrive un’apologia double face: esaltando la "gloria della lingua" (come lui scrive parafrasando Dante) e deprecando la condizione della nostra cultura resa sub specie scolastica. In questa logica cartesiana, il razionalismo si confronta ad armi pari, o quasi, con la passione che l’argomento può suscitare in entrambe le direzioni. Io vorrei, per dimostrare questa ipotesi, partire proprio dalle conclusioni che il romanzo di Banda propone ai suoi infine divertiti lettori (molti più che i canonici 25).

Ma il colpo di scena, formulato sulla base di Fahrenheit 451 di Bradbury, è che gli studenti si coalizzano per salvare i classici nella loro versione originale, tanto più preziosa quanto più filologica ne sia l’edizione. Quasi come in una società segreta, si collezionano testi per difendersi dalla furia dei nuovi barbari. Distruggere i libri significa uccidere la memoria, cancellare il passato e perciò anche gli strumenti raffinati in grado di leggere il presente e costruire il futuro. Parafrasando ancora una volta Kraus, la lingua italiana non riesce più a proteggere da quelli che la parlano. Se vogliamo salvarci, siamo costretti a farci venire in mente qualcosa in latino. Si pensa bene in una lingua che si è dimenticata. Il pensiero sboccia là dove ancora non si ha rapporti con la lingua italiana. Gli incolti non lo capiranno, e i colti crederanno che si tratti di un proverbio e non se ne avranno a male con noi. L’ambizione di esistere è troppe parole più in alto di quelle che servono a comunicare (e male oggi). Le risorse mentali necessarie sono abissalmente complesse rispetto al semplice rapporto stimolo-risposta necessario ad usare il telecomando. Ma in una nazione che esalta il delinquere rispetto alla necessità del sapere ottenuto con impegno e dedizione, cosa dovremmo aspettarci? Evitando lo sport nazionale che riconosce l’alterità solo per addebito di responsabilità, in ciò sempre cordialmente ricambiato dall’altra parte, giacché è uno dei privilegi di questo mondo odiarsi senza nemmeno conoscersi, mi trovo dinanzi alla sconfortante riflessione hegeliana che depreca l’andazzo usuale elevato a sistema. Di fronte al proliferare dei reality show mi indigna che nessuno si ribelli per contestare, tanto per cominciare, la definizione del genere prima che il contenuto. Da qui mi viene il sospetto che la nozione di realtà, almeno per l’arte, sia finita con le categorie antiche e recenti che ne condividevano la discendenza. Il processo di apoteosi catodica-catatonica che riguarda i protagonisti di quelle scemenze via etere (qui interessa molto l’analogia fra "etere" celeste ed "etere" chirurgico), implica non un processo di eroizzazione, bensì stolto riflesso indotto. Nello stesso modo, gli apologeti del cognitivismo ortodosso, hanno immaginato che insegnare alle scimmie come si traccia il segno di una croce equivalesse a renderli edotti sul rapporto fra pensiero e azione in chiave intra ed extra moenia scolastiche. Purtroppo per loro, ma anche per i primati in questione, non è andata proprio così. Come nell’omonimo film, il pianeta abitato dalle scimmie ha surclassato la razza umana al punto da superarla e sostituirla nel dominio. Sarebbe poi da prendere in considerazione l’evoluzione dei primati anche dal punto di vista genetico, visto che fra molti degli antropoidi muniti di videofonino è dubbia la differenza dell’1% con i discendenti di Cheeta, quest’ultima sempre molto più socievole e comunicativa dei cloni di Frankenstein. Mi perdonino sia Mary Shelley che Mel Brooks, ma non trovavo una perifrasi migliore da sostituire al brutale "lobotomizzati".

Con una felicità di mano che non stento a riconoscergli, Banda, una sorta di Virgilio di noi smarriti viandanti, ci conduce attraverso il ventre del plesso scolastico con la non improvvida speranza di ritrovare il bene dell’intelletto così prezioso proprio quando tutti pensano di averne in eccesso. Forse ogni tanto la felicità del luogo comune incastonato per quello che è nel contesto non riesce a farci dimenticare la sua origine banale. Lì forse bisognava tirar fuori i propri numeri migliori per mostrarne il surrealismo geniale. Totò era un linguista eccelso in quest’ambito come in molti altri: rivedere l’immortale parodia di Amleto insieme a Lia Zoppelli in Chi si ferma è perduto, oppure l’immortale dettatura della lettera in Totò, Peppino e la Malafemmena. Ma a parte questi che sono desideri e nostalgie strettamente personali, vorrei suggerire, paradossalmente naturalmente, che Scusi, prof., ho sbagliato romanzo diventasse un testo di studio su cosa significhi l’implicazione tra lettura e scrittura, altro tema che i darwinisti in sedicesimo del cognitivismo si guardano bene dall’affrontare, forse intuendo, come in uno specchio, in modo enigmatico, che questo sia il segno più certo di una crescita autonoma di un rapporto felice con se stessi e con la cultura che esprime sempre il meglio dell’umanità nel suo complesso (e non solo quello edipico).

A voler scegliere un probabile esito, e personalissimo come tutto il resto che lo precede, mi sento di sostenere che la nostra situazione sia sospesa tra un "disumanare" simmetrico e opposto al dantesco, nonché paradisiaco, "trasumanare". Tanto più che tanto a questo che all’altro si possa applicare (in negativo e in positivo) la meditazione profonda che ne segue: "(…) significar per verba / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperïenza e grazia serba". Quanto quest’ultima grazia sia improbabile nel caso del disumanare è tutto a carico della coscienza di chi ha avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto. Aggiungo un’ultima riflessione di Kraus, non so quanto da leggersi con rassegnazione o crudeltà: "Pazienza, voi ricercatori! Il mistero sarà illuminato dalla propria luce."

Francesco Giardinazzo

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