La resa del corpo
in memoriam Marco Pantani

La voce, che è necessaria quanto più manca, può accostare il pensiero. Bisogna guidare assieme il farsi della voce e il farsi del pensiero, bisogna tenerli assieme, perché si dia un gesto significante, un’espressione. E pensare che forse, alla fine, potremmo non vedere più questa contrapposizione tra il sensibile e l’intelligibile; pensare che forse finalmente potremmo scambiare le nostre esperienze, in noi e tra noi, perché non vi è cognizione che non sia sensibilizzata e non vi è sentire che non reclami una propria forma di organizzazione. Allora forse l’uomo sportivo e l’intellettuale non penseranno più di darsi le spalle, o di vivere nella stessa persona, alternativamente, come ruoli incompossibili.

Una rivista di musica che si occupa di sport, una rivista che si scopre fatta anche di sportivi, una redazione e dei lettori che si scoprono anche addolorati per la morte, terribile, di un ciclista.

Ecco allora che la voce, tanto più necessaria quando manca, può accostare la memoria. Si scoprono microepisodi comuni, conservati nel tempo; il Gianni Clerici che, appena tornato dal Moma, ardiva paragonare la performance stilistica di un tennista a Mondrian, un salto di un paletto divelto da parte di Tomba, la musicalità di certi salti in alto. Non sono anch’essi gesti umanissimi? Non hanno una loro grazia? Come t’accorgi che il pittore muove sicuro la mano sul quadro, cogli qualcuno dare corpo a uno sport come se questo fosse rifluito al suo interno: il suo gesto ha allora la grazia di un’introiezione, tanto che la prestazione sportiva cambia per così dire verso: non è più l’atleta che si presta, ma lo sport che viene prestato a un soggetto perché questo lo incarni, perché ci faccia percepire il valere di quel gesto, la sua pregnanza, il suo essere divenuto – con tutta la fatica del caso – memoria del corpo. Il gesto ha la grazia del pittore-sportivo quando questo lo porta in corpo, nel momento in cui lo incarna come una memoria che si ridesta e si rinnova.

Se si parla della dissociazione del sapere dal sapiente, si dovrà parlare allora anche della dissociazione del gesto sportivo dallo sportivo. Il commercio dei corpi sportivi comincia con il loro essere prestati allo sport.

Ciò che si rimpiange è uno sport prestato a una persona, non il contrario. Pantani è un’ermeneutica del nostro tempo e nel contempo un monito antifrastico, paradossale. La persona Pantani non riusciva mai ad essere solo prestata allo sport: debordava significativamente, ben al di là dell’essere mero personaggio mediatico; non a caso lo si voleva vedere dal vivo, non per riconoscerlo, ma per essere in presenza dell’accadere del gesto e dello sforzo che richiedeva, per mirare la pura grazia del dono, del talento che riemergeva come naturalità dopo tanto allenamento.

L’umanità dello sport è in fondo questo ritrovare la naturalezza dopo lo sforzo di un apprendimento, di una umiltà rispetto al possibile. Mentre la persona Pantani debordava (commuovendo più di qualcuno, nel mentre soffriva a inerpicarsi su vette, offrendo sé a tutti – massima esposizione dello sportivo che rischia la di-sgrazia, il sopravvenire del gesto goffo della stanchezza e della disfatta), il suo corpo doveva prestarsi sempre di più allo sport. Lui che voleva significare il suo gesto, trovava di fronte a sé gesti che significavano per la loro prestazione, per la loro magniloquenza, ben al di là della loro artificialità. È l’inizio del gioco sporco, della perdita del rispetto del possibile, la perdita di vista dell’appaiamento tra voce e pensiero, tra gesto e memoria.

La generosità di Pantani e la sua totale estraneità all’autoglorificazione festante, il suo inseguire l’impresa, la sua umiltà rispetto al possibile, la sua introiezione del gesto stridono come archi nei sovracuti rispetto alla consegna del corpo alla prestazione.

Inseguendo una morte che segnala un dispregio del proprio corpo, Pantani ha segnalato l’ingombro specifico di una categoria che non era la sua, e rispetto alla quale ha trovato invece lo sport, la sua vita stessa pienamente asservita. La significanza dello sport è spiazzata e svilita da questa categoria, che come tutte vive di due contrari, ma che forse, stranamente, si ritrova incarnata nella polisemia semantica di una stessa parola: resa. Da una parte il rendimento del corpo, dall’altra la restituzione del corpo; da una parte il corpo (pompato) a vincere, dall’altra il corpo (come si dice di un vuoto) a perdere. Obbligato a rendere il corpo prestato per stare alla pari (e lo stare alla pari è condizione di significazione del gesto, del possibile, altrimenti chi è impari stermina persino la possibilità del gesto altrui di accedere al senso), Pantani ha mostrato infine il termine categoriale opposto: ci ha reso il suo corpo, svilendolo. "Se mi riducete a corpo, se devo solo prestarlo allo sport e in particolare alla sua mediatizzazione, ebbene eccolo, ve lo rendo".

Ogni forma di devastazione di sé contiene una forma di ragionamento, ancorché il più delle volte disperato. Ed è significativamente (e non per debolezza) disperato perché è estremo tentativo di tenere voce e pensiero assieme, di coniugarli assieme, di incarnare, nel caso in questione, un male.

Pantani non ci ha significato, morendone, che è male quanto si fa nello sport oggi, ma che si sta male, che si perde il senso di ciò che si fa. Ha scelto la via dell’incarnazione. "Non giudico, ma sono colui che sta male di un disancoramento della persona dallo sport, sono colui che patisce in prima persona la condizione di un corpo prestato allo sport" – questo ci ha detto Pantani.

Per quanto la società faccia una fatica enorme a comprendere i messaggi che si pongono volontariamente sul termine categoriale sfavorito quando non stigmatizzato ("non si butta via così il proprio corpo"), fa ancor più fatica a cogliere che quella assunzione paradossale schiude la possibilità per un salto categoriale, per passare a un altro punto di vista: guardare lo sport sotto altre categorie rispetto a quelle cui è ridotto oggigiorno.

Si è badato tanto a cosa ha lasciato Pantani per iscritto, ma invece il suo discorso più importante lo ha tenuto con il corpo. E mentre ci si dispiace che non ci sia più, nel rimpianto di non averlo aiutato abbastanza, ci si dovrebbe accorgere che in realtà siamo noi ad avere bisogno di lui, che il suo essere andato verso la morte in maniera così spedita e paradossale (quale sacrificio non lo è, e quale sacrificio non trova coraggio in una dose di incoscienza) è un tentativo di riscattare un senso perduto, di offrire un’interrogazione di cui si paga in prima persona il peso della domanda, lo sforzo di imporla all’attenzione.

Non era un filosofo Pantani, ma si è ridotto a pezzi di uno specchio rotto, che ci viene ora restituito, sollecitando una tentazione (smodata), quella semplicemente di separarci da ciò che è oramai solo buttare, e nel contempo un’altra (sibillina) di segno contrario, che ci può spingere a raccogliere i cocci per riassemblarli, per vedere come le ferite dello specchio che qualcuno ha deciso di incarnare coincidano con le nostre stesse ferite, sapientemente truccate e camuffate, tanto che finiscono con l’essere da noi stessi dimenticate.

La potenza interrogativa della morte di Pantani è come un brano musicale; lo ripercorriamo tante volte in questi giorni, una pluralità di ascolti che ci confermano come esso si offra come questionamento del valere di certi valori di cui avevamo perduto anche la chiave di accesso. Ma la musica non è propria, si suona su commissione partiture non condivise: ci si droga di tutti i valori immediatamente accessibili (iperbole del vizio che finisce per farli implodere), per offrirsi come chiave d’accesso ad altri, per segnalare l’esistenza di un altro asse, sul quale ci si voleva giocare la vita.

Al suo corpo strumento, spaesato mentre era in testa al gruppo, fuori prospettiva (troppo si era allontanato), si lasciava comunque un posto d’onore nei ranghi; ma Pantani si deve essere sentito come un innesto privo di senso, e hai segnalato allora l’esistenza di un quadro che non ha più cittadinanza né dignità, mettendosi tanto in fondo al gruppo che infine è sparito nella pianura, nella spiaggia, nell’orizzontalità, per negare, in estremo, ciò che altri hanno eretto.

Non ogni vetta può portare il nostro nome, non ogni scalata è buona; sono frasi che non valgono perché provengono da chi infine ha cooptato i bassifondi, ma perché questi ultimi si pongono talvolta (estrema ratio) come condizione di possibilità per la stessa dicibilità di quelle.

Male d’artista, male dello sportivo.

Pierluigi Basso Fossali

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