Combustione lenta
Un piccolo ricordo di Giuseppe Sinopoli

Venerdì 21 aprile si è improvvisamente spento il maestro Sinopoli, per un attacco di cuore sopravvenuto durante l’esecuzione  del terzo atto dell’Aida presso la Deustche Oper di Berlino, un infarto che poco più tardi si è rivelato fatale. Avrebbe compiuto 55 anni a novembre.

Sinopoli apparteneva all’ultima generazione gloriosa di maestri veneziani che hanno illuminato il Novecento, da Malipiero a Maderna fino a Nono. Giovanissimo si era imposto alla ribalta internazionale, soprattutto come compositore, a cominciare da Souvenirs à la memoire. Ricordi alla sua memoria, ora: ricordi a quell’inizio di carriera, venato di strutturalismo neoespressionista, di rifiuto di assunzioni stilistiche parentetiche, di postmodernismo, uomo di passioni decise, bevute fino in fondo, calici drammatici vuotati sul nome di Berg, anche lui morto cinquantenne. In Sinopoli gli strali destinali o i vapori fatali erano increspature colte sul manto musicale, un manto che doveva coprire tutto l’ascoltatore, un manto che non cercava leggerezze, ma densità di materia e forze di gravità dure da sostenere. Nel vedere dirigere Sinopoli, si percepiva il suo bruciare, la spesa per il suono, per farlo manto. Ma tale bruciare non era all’insegna dell’incandescenza, dello scoppio, ma della combustione lenta, sofferta, dolorosa. Se disegnava paesaggi musicali, dentro vi si sentiva l’energia spasmodica per tenerli come sudari penzolanti al vento - le mani della direzione che li ergevano tenendoli per i lembi estremi. Non vi era distanza critica, quasi mai in Sinopoli, soprattutto quando eseguiva il repertorio espressionista, ma piena coimplicazione. E non è qui importante dire se questa scelta fosse sempre apprezzata o apprezzabile, quanto riconoscere l’adesione strenua a una forma di vita che reperiva e poteva trovare alimento nella musica amata.

Che fosse combustione lenta, ma pur sempre consumazione del soggetto di fronte a un oggetto quasi insostenibile - accordo tenuto allo spasimo tra il sé e il vivere del suono mondano - lo dimostrano anche le durate delle sue esecuzioni. Qualcuno ricorderà forse scandalosamente  i quattro/cinque minuti che differenziavano le esecuzioni della Kammersymphonie schoenberghiana di Sinopoli e di Boulez. Da una parte una musica incarnata eppure spettrale come un sudario, dall’altra il disegno lucidissimo che prende progressivamente definizione. Nel sudario, talvolta anche i contorni smarriscono e il venire al suono del segno compositivo viene assorbito dalla testura del manto. Sinopoli si perdeva, lui rigorosissimo, si perdeva come in una passeggiata walseriana, o in una interminabile conversazione con Settembrini, si perdeva come in abbandono a nebbie malsane, al ritmo stento eppure intensissimo del vivere.

Al di là di ogni giudizio, Sinopoli ci presentava credo sinceramente la sua inattualità, ennesima dimostrazione della non contemporaneità di ciò che è contemporaneo, ci presentava una strada altra, certo larvata di espressionismo decadente, strada faticosa, contorta persino, come quella di un principe  bernhardiano.

Mai però Sinopoli è stato passatista o storicista, e non solo per i suoi studi con i maestri dell’avanguardia, da Maderna a Donatoni,  o per gli insegnamenti tenuti sulle tecniche compositive contemporanee e persino sulla musica elettronica; Sinopoli ha sempre assunto una propensione alla riattualizzazione, a suonare il passato come presente, come persistente: combustione lenta, con le scorie e con la sua  energia, veemenza e spossatezza, virtuosismo e inciampo, grido ed afasia, gradi dell’essere col marchio dell’individualità. Non c’è il “corale” in Sinopoli, ma l’assunzione della voce inconfondibile del singolo, rigurgito di una soggettività piena, lacerata, isolata dopo - o se si vuole contro - il tempo del “collettivismo” utopista degli anni Sessanta-Settanta. Di qui il fatto che Sinopoli non tenta mediazioni, non crede a una somministrazione critica e lucidamente distaccata della musica verso un pubblico che avrebbe così più margini di libertà. Sinopoli crede nel rischio di una assunzione di una piena funzione espressiva della musica, di un sé che si dà in pasto agli altri, che si presenta nudo per quello che è, aprendo compartecipazioni o rigetti.

La prospettiva culturale di Sinopoli non deve sembrare affatto neoromantica; credo che in profondità Sinopoli sia stato un intellettuale e un artista che con il suo fare ha voluto testimoniare come quella crisi del mondo occidentale diagnostica a inizio Novecento non si sia mai trasformata in prognosi, che non si sia mai superata la “linea”. Se ritornano i fantasmi del passato non è quindi per perdita di focalizzazione sul presente, ma perché essi sono consustanziali all’oggi.

Forse Sinopoli è stato via via travolto e consumato da quei fantasmi, tra l’altro abbandonando pressoché del tutto la composizione. Ma ci ha lasciato una testimonianza non intaccabile, e se vogliamo, sapientemente inattuale.

Inutile qui ricordare le innumerevoli orchestre che ha diretto (dalla New Philarmonia di Londra a dalla Staatskapelle Dresden ai Wiener Philarmoniker, dai Berliner Philarmoniker all’Orchestra del Festival di Bayreuth, fino alle più celebri orchestre italiane), né forse varrebbe in questa sede scendere nel dettaglio delle sue interpretazioni celebri o criticate, culminate nei successi a Bayreuth, o ritornare ai suoi esordi da compositore apprezzato, simbolizzati dal traguardo della Lou Salomé nel 1981. Non staremo qui a discutere se sia stato o meno un grande esecutore di Mahler e di Strauss; piuttosto conviene ora, a pochi giorni dalla sua morte, fissarci su un altro dettaglio, sull’esecuzione delle opere di altro compositore-direttore veneziano: Bruno Maderna. Le esecuzioni di Quadrivium, Aura, Biogramma a capo della Sinfonieorchester des Norddeutschen Rundfunks, conservate in un CD della Deutsche Grammophon, o quelle di altre opere di Maderna, come la Grande Aulodia, più volte affrontate, sono una delle migliori testimonianze della sua maestria e sensibilità come direttore. Qui emerge con evidenza cristallina il suo porsi agli antipodi di una interpretazione target-oriented, il suo voler trovare una radice culturale precisa, un tono - la crisi, forse - in ogni testo musicale affrontato. Una ricerca altamente personale, che lo portava a scegliere un repertorio tutt’altro che aperto a 360 gradi, ma invece drasticamente selezionato, ma mai per plauso delle mode o per accondiscendere le occasioni.

Infine, una nota sulla sua tragica morte, non polemica, perché il “senno di poi” non è strumento etico per rinfacciare qualcosa ad altri, ma non meno esso deve essere praticato, pena una cecità retrospettiva, certo più colpevole, su quanto accaduto.  E non è nemmeno importante che i protagonisti della vicenda che stiamo per ripercorrere abbiamo detto per filo e per segno quanto riportato dai giornali, perché ciò che viene reso pubblico, vero o falso che sia, finisce per simbolizzare gli attori sociali coinvolti. Bene, due anni fa, in ottobre, ci fu un violento scontro tra Sinopoli e alcuni dirigenti del Maggio Fiorentino. Sinopoli aveva declinato l’offerta di dirigere il Lohengrin motivando la scelta per dei problemi fisici, cosa che aveva fatto arrabbiare molto  il direttore artistico del Teatro del Maggio Cesare Mazzonis, per il quale si trattava in verità di una scusa che copriva una volontà di rottura clamorosa dei rapporti tra il maestro veneziano e la prestigiosa istituzione fiorentina. Sinopoli si indignò molto e si lamentò pubblicamente per tale interpretazione.

A distanza di anni, come si ripete in queste giorni, possiamo affermare senza possibile smentita che Sinopoli metteva un’energia enorme in ogni progetto, lavorando sempre oltre i “limiti di guardia”, con passione  e senza risparmio. Ovvio che non potesse reggere tensioni ulteriori, che la sua adesione ai progetti fosse tale da coinvolgerlo totalmente, tanto da impedirgli di coniugare facilmente ricerca espressiva e climi di lavoro ostili; di qui certo anche la poca capacità di mediazione, quando lo scontro si faceva intellettuale o ideologico, ma sempre sullo sfondo di una generosità di impegno massimale.

Ora che è morto nella Deutsche Oper di Berlino dove aveva esordito con successo nel 1980 con  Macbeth, possiamo pure affermare che è stato amato più all’estero che in Italia, e non stupisce quindi come l’attenzione pubblica sulla sua morte sia stata grande in Germania, in Francia, in Austria, ecc. Non era personaggio “comodo” (proverbiale la sua intransigenza), né era un sopraffino “tecnico” della direzione orchestrale, ma certo non gli si può rinfacciare la sincerità della sua ricerca, il suo background culturale, variopinto e curioso, vasto in ogni caso. Certo non si può non ammettere che ora il paesaggio musicale è senza di lui più povero.

Pierluigi Basso Fossali

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it