ZAVAGNA Paolo, a cura di

60 dB. La scuola veneziana di musica elettronica. Omaggio ad Alvise Vidolin

OLSCHKI
2009
pp.196

L’avvento dell’elettronica ha introdotto alcuni importanti cambiamenti nella didattica e nell’esecuzione musicale, introducendo una nuova figura di interprete (il registra del suono) e di insegnante. All’inizio degli anni Settanta cattedre di musica elettronica cominciarono a nascere nei conservatori italiani come sopporto alle classi di Composizione e, ad oltre trent’anni di distanza alcuni di questi corsi sono già divenuti "storici". È il caso del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, dove dal 1975 la docenza è affidata ad Alvise Vidolin. Paolo Zavagna, curatore del volume 60db. La scuola veneziana di musica elettronica. Omaggio ad Alvise Vidolin, pubblicato dalla Olschki in collaborazione con la Fondazione Cini, ha voluto ricordare il sessantesimo compleanno di questa figura di primissimo piano della musica elettronica italiana attraverso le testimonianze di molti allievi che durante tre decenni si sono alternati nell’aula 104 di Palazzo Pisani.

L’eterogeneità dei contributi traccia un quadro assai complesso che inserisce la figura di Vidolin nel contesto non solo musicale di questi decenni: nell’esperto di musica elettronica si condensano alcuni problemi fondamentali del nostro tempo a partire dal delicato rapporto tra uomo e tecnologia. Molti compositori, come Claudio Ambrosini o Fabrizio Casti, ricordano che nella loro formazione egli ha svolto un ruolo di mediatore, quasi di interfaccia, fra la creatività dell’artista e la macchina. Inoltre non si tratta di una relazione data una volta per tutte, ma che evolve nel continuo cambiamento sia del pensiero musicale sia della tecnica. Tra gli altri Nicola Buso individua nel codice il fattore in cui si concretizza la delicata relazione tra uomo e macchina e racconta come egli stesso, sulla base degli insegnamenti di Vidolin, abbia costruito un software che coniugasse il linguaggio di programmazione con quello naturale e fosse comprensibile sia dal computer sia dall’esecutore. All’interno del libro il codice svolge un ruolo fondamentale nella ricerca delle modalità di narrazione: il saggio di Stefano Bassanese, ad esempio, organizza i ricordi, cioè un materiale umano, attraverso un linguaggio scarno molto vicino a quello dell’informatico. A questo tipo di esposizione rispondono i tanti racconti in forma discorsiva che ripercorrono le esperienze di studio dei vari allievi o che puntano l’attenzione su singoli episodi.

Proprio per la loro diversità i vari contribuiti costituiscono i tasselli di un mosaico che disegna il modo di lavorare di Vidolin, un metodo che trova il suo cardine nella ricerca, cioè nello sperimentare nell’atto stesso di insegnare, come mette in evidenzia, ad esempio Massimo Stefanazzi. È un modo di abituare gli allievi a quel costante cambiamento della tecnologia a cui si accennava sopra; è quindi un insegnamento basato sulle strutture conoscitive e non sui contenuti. Questo atteggiamento, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, si accompagnava ad uno spirito pionieristico volto alla scoperta di nuove possibilità compositive ed esecutive e ad un utilizzo consapevole della tecnologia. Molto puntuale a questo proposito è il contributo di Paolo Tortiglione che, divenuto a suo volta docente di musica elettronica, sottolinea come l’avvento di apparecchiature "facili", in cui la maggior parte delle procedure sono automatizzate, non consente alle nuove generazioni di allievi di impadronirsi dei meccanismi di creazione del suono elettronico e di giungere ad un utilizzo consapevole di questi mezzi, come accadeva nelle classi di Vidolin.

Questa vocazione alla continua ricerca e la creazione di un contesto che Zavagna definisce "seminario-laboratorio" dipingono anche l’aspetto umano di un maestro capace di mettersi sempre in discussione non solo sotto il profilo professionale, ma anche personale: dai tanti episodi contenuti nel libro traspare il coinvolgimento emotivo di Vidolin nella formazione dei suoi allievi. Anche in questo caso il maestro non si è limitato a dare attenzione alla pura tecnica di insegnamento, ma centrale divine anche la relazione. E dunque si comprende come il suo corso fosse diverso sia all’interno del Benedetto Marcello, cioè rispetto alle tradizionali classi di strumento, sia in confronto ad altre sperimentazioni di musica elettronica nate nei conservatori italiani. Innovazione e ricerca sono principi che ricorrono a vari livelli (tecnico, artistico, didattico): alla loro base ci sono un forte coinvolgimento e una disponibilità al continuo cambiamento. Le teorie cibernetiche che hanno avuto un ruolo importante nella nascita delle tecnologie informatiche possono essere utilizzate anche per leggere l’aspetto umano raccontato nel libro. Proprio questa complessa rete di retroazioni consente a Vidolin di essere un "magistrale" interprete del nostro tempo oltre che della nuova musica.

Stefania Navacchia

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