Teatro alla Scala

Claudio Abbado alla Scala

RIZZOLI
2008
pp.329

Il nuovo corso del Teatro alla Scala, iniziato ormai da quattro anni, comporta anche un diverso rapporto con il passato: il libro Claudio Abbado alla Scala pubblicato da Rizzoli, non vuole solo celebrare i settantacinque anni che il maestro ha compiuto nel 2007, ma ricordare e ripensare il periodo in cui egli è stato direttore musicale del teatro milanese. Il volume è arricchito da numerose fotografie, dall’elenco di tutte le produzioni scaligere che hanno visto la partecipazione di Abbado, da suoi articoli ed interviste e dalle testimonianze di altri artisti.

Fino a qualche anno fa non solo era impensabile che la Scala dedicasse un libro ad Abbado, ma assai diverso era l’atteggiamento e la mentalità che regnavano all’interno della Fondazione: nella prefazione il sovrintendente Stéphane Lissner precisa che non si tratta di un libro su Claudio Abbado, ma scritto "con" Claudio Abbado, poiché il testo è intercalato da brani di colloqui che il direttore ha tenuto con le autrici, Angela Ida De Benedictis e Vincenzina Caterina Ottomano. Lo spirito di collaborazione non costituisce solo la metodologia del libro, ma ne è soprattutto l’argomento: rare sono infatti le pagine in cui si parla esclusivamente del direttore italiano, poiché più spesso il discorso si incentra sul lavoro compiuto insieme ad altri (sovrintendenti, compositori, registri, interpreti). Nella sua testimonianza Daniel Harding sostiene che Abbado ha una concezione "camerista" del far musica, poiché il direttore fa musica con altri musicisti. La scelta allora non può che essere lavorare per progetti, un modus operandi che accompagnerà Abbado anche nelle esperienze che seguirono quella scaligera, ma che già a Milano si concretizzò in iniziative come "Musica nel Nostro Tempo". Un altro esempio è la costituzione di vere e proprie compagnie che a partire dagli anni Settanta collaborarono alla maggior parte degli spettacoli lirici diretti da Abbado: alla base del lavoro con i registri Giorgio Strehler o Luca Ronconi o con lo scenografo Ezio Frigerio c’era una concezione totale dell’opera musicale in cui i vari interpreti apportavano competenze ed idee diverse, a volte anche divergenti, in pieno spirito di dialogo. Pensare in termini di progetti e non di singole serate permette di dare alla musica un significato che non si esaurisca con l’ultima nota di un concerto.

Nascono così l’idea di musica come impegno sociale e civile e la costante attenzione di Abbado alla destinazione delle sue esecuzioni, aspetti che le due autrici mettono in continua relazione con le scelte più propriamente musicali. Centrale allora diviene il concetto di "nuovo", attraverso cui l’arte si rivitalizza e parla all’uomo di oggi in un costante rinnovamento del pubblico e delle abitudini di ascolto: si comprende quindi l’intima relazione tra l’istituzione dei "Concerti per lavoratori e studenti" e l’introduzione della produzione contemporanea nei cartelloni scaligeri. Tuttavia per Abbado il termine "nuovo" comporta anche un cambiamento interpretativo, un "(ri)approfondimento critico del già noto" (p.27), un fare ascoltare in modo "nuovo" ciò che si conosce e si dà per scontato. Eseguire per la prima volta alla Scala Boris Godunov non nella versione di Rimskij-Korsakov, ma in quella orinale di Musorgskij, con la sua orchestrazione aspra, con le sue dissonanze e con molte scene che si concludono in piano ed in pianissimo, ha lo stesso valore eversivo di proporre Al gran sole carico d’amore di Luigi Nono.

La lettura del volume è veloce e scorrevole; il successivo tempo di riflessione è potenzialmente infinito.

Stefania Navacchia

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