“Edipo. Tragedia della domanda”
Franz Schubert, Trio op. 100;
Gilberto Cappelli, Affresco sulla solitudine

Elicia Silverstein, violino;
Filippo Pantieri, pianoforte;
Sebastiano Severi, violoncello;
Andrea Panzavolta, commento

Forlì, Refettorio dei Musei San Domenico

A volte la provincia offre vie culturali diverse dove sperimentare nuovi incroci tra differenti ambiti di pensiero. È il caso di Passioni in Musica, iniziativa promossa a Forlì da “50&più” di “Confcommercio”. I direttori artistici Filippo Pantieri e Andrea Panzavolta richiedono agli interpreti e agli intellettuali coinvolti di muoversi attorno a una tematica, uscendo dalla consueta logica delle stagioni intese come serie di eventi giustapposti. In questa manifestazione, che non si può chiamare rassegna concertistica perché ogni appuntamento mette in correlazione una esecuzione musicale ed un intervento di un relatore, si possono ravvisare analogie (molto più in piccolo) con i cicli berlinesi che negli anni ’90 del secolo scorso Claudio Abbado portò nella capitale tedesca. Un esempio di questo approccio si è avuto nell’evento che il 23 novembre scorso ha concluso la VI edizione della rassegna. Tema di quest’anno era “Socrate & Co. Passione del Domandare”: nella sala del Refettorio dei Musei San Domenico ogni incontro era dedicato ad una figura storica, letteraria, mitologica o religiosa che ha fatto della domanda la sua caratteristica più propria. Ogni interrogativo presuppone, almeno ipoteticamente, una risposta; così l’ultimo incontro era dedicato ad “Edipo. Tragedia della domanda”. Le parole di Andrea Panzavolta, che ha sostituito l’inizialmente previsto Umberto Curi, hanno contrappuntato le note eseguite da Elicia Silverstein al violino, Filippo Pantieri al pianoforte e Sebastiano Severi al violoncello. Il programma musicale poneva a confronto il celeberrimo Trio op. 100 di Franz Schubert ed Affresco sulla solitudine di Gilberto Cappelli, eseguito in prima assoluta, permettendo alle due partiture di dialogare tra loro.

Se domandare è di per sé un atto di ribellione contro certezze, abitudini ed automatismi, la stessa struttura dell’evento ha “richiesto” al pubblico di rinnovare il proprio modo di assistere ad un concerto e dunque di ascoltare. L’incontro infatti si è aperto con i due movimenti iniziali del Trio op. 100 seguiti dal primo intervento di Panzavolta. La parte centrale dell’appuntamento è stata dedica ad Affresco sulla solitudine. Il secondo intervento di Panzavolta ha poi condotto verso la seconda ed ultima parte della partitura schubertiana. Si tratta di una struttura a specchio concepita per riflettere e per non consentire al pubblico di abbandonarsi al flusso delle note. Anche se Silverstein, Pantieri e Severi avessero interpretato in modo romantico l’Andante con moto del Trio op. 100 (e così certo non è stato), già le prime parole di Panzavolta avrebbero richiamato il pubblico ad essere vigile ed a non cadere nell’inganno delle risposte. Già il linguaggio non semplice del relatore è un invito a non seguire i sentieri consueti, ma a prestare continuamente attenzione all’uso della parola, nel tentativo, sia pur sempre destinato al fallimento, di superare la sua insufficienza. Secondo Panzavolta ne è un esempio lo stesso mito di Edipo, la cui risposta “Uomo” alla domanda della Sfinge non appare come “parola ultima”, come certezza inconfutabile, come approdo definitivo, ma come abisso che a sua volta apre infiniti interrogativi. È questa la “tragedia della domanda”, che significa l’impossibilità della risposta, il fallimento della parola, della ragione, del logos, e che è nello stesso tempo il dramma e la grandezza dell’”uomo”.

In questa direzione Silverstein, Pantieri e Severi hanno interpretato la musica di Schubert e Cappelli: in entrambi le partiture è stato evidenziato il carattere di cammino senza approdo, a cui sembra destinata (sia essa una condanna oppure una fortuna) la condizione umana. Il concetto di “Wanderer” (viandante, colui che vaga senza meta), centrale nella poetica schubertiana, è risultato estremamente chiaro in questa performance, prima di tutto per la sua intensità timbrica e dinamica e per la chiarezza con cui i tre esecutore hanno reso la scrittura del Trio op. 100. Il punto forte della lettura è stato tuttavia il fraseggio, attraverso cui il singolo passaggio ha dato senso all’intera composizione. Ne sono state prove le molte cadenze in cui, secondo un’abitudine dell’ultimo Schubert (l’opera è datata 1827, anno precedente alla morte dell’autore), la partitura sembra concludersi in un finale solo apparente e che apre dunque sempre a nuovi inizi. La musica sembra non trovare approdo, torna continuamente su se stessa, ma in modo sempre diverso, esprimendo, con grande efficacia la condizione di perpetua ricerca in cui si trova l’essere umano. In Affresco sulla solitudine tutto questo assume un carattere tragico: la concatenazione di accordi affidati al pianoforte sembra non seguire una logica narrativa lineare, discostandosi, chiaramente, da un percorso tonale. Su questa ossatura Cappelli innesta i suoni tenuti dei due archi, a cui è affidato il compito di creare quella tensione che corre lungo tutta l’opera. Essa si presenta come un unico grande corale. La mancanza in questa antica forma di elementi soggettivi, ha dato all’autore totale libertà di espressione: come hanno evidenziato gli interpreti, le tecniche di produzione del suono, i tempi molto lenti, ulteriormente esasperati dall’agogica, e soprattutto le dinamiche estreme conferiscono alla composizione un’intensità lacerante. Rispetto agli altri elementi, tuttavia la dinamica assume un ruolo di primo piano, perché ad essa è affidata l’articolazione del lavoro: attraverso i continui e graduali passaggi tra il pianissimo e l’estremo fortissimo si snoda un racconto che, come in Schubert, sembra non trovare requie. Se nel Trio op. 100 la cadenza fornisce la falsa illusione della fine, in Affresco sulla solitudine è la dinamica a ricominciare continuamente il suo processo. Questa è la condizione dell’”Uomo”, destinato non a risposte definitive ed a cammini già segnati verso mete prestabilite, ma ad una ricerca nello stesso tempo tragica e straordinaria.

I calorosi applausi hanno testimoniato che il pubblico, numeroso come negli altri appuntamenti della rassegna, ha accolto con pieno favore questa proposta inconsueta e non semplice.

Stefania Navacchia

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