Gustav Mahler,
Sinfonia n.8

Bavarian Radio Choir;
Latvian Radio Choir;
Orfeón Donostiarra;
Tölz Boys’ Choi;
Lucerne Festival Orchestra;
Riccardo Chailly, direttore

Festival Lucerna, Konzertsaal, 12 agosto 2016

Ricarda Merbeth, Magna Peccatrix;
Juliane Banse, Una poenitentium;
Anna Lucia Richter, Mater gloriosa;
Sara Mingardo, Mulier Samaritana;
Mihoko Fujimura, Maria Aegyptiaca;
Andreas Schager, Doctor Marianus;
Peter Mattei, Pater ecstaticus;
Samuel Youn, Pater profundus;
Lucerne Festival Orchestra;
Bavarian Radio Choir;
Latvian Radio Choir;
Orfeón Donostiarra;
Tölz Boys’ Choir;
Riccardo Chailly
, direttore

Il Lucerna Festival ha aperto un nuovo ciclo nel segno della continuità. Il 14 agosto Riccardo Chailly ha debuttato come nuovo direttore artistico della manifestazione e direttore principale della Lucerne Festival Orchestra, inaugurando l’edizione 2014 della rassegna. Un altro musicista italiano succede a Claudio Abbado, che fondò la compagine nel 2003: è apparsa chiara l’intenzione di Chailly di proseguire sulle orme del suo predecessore del quale fu assistente al Teatro alla Scala. Non solo il concerto inaugurale era “in memoria” del maestro scomparso nel 2014, ma soprattutto il programma era un chiarissimo segnale di continuità con il lavoro di Abbado: alla sua integrale delle sinfonie di Gustav Mahler eseguita al KKL con la Lucerne Festival Orchestra mancava l’Ottava Sinfonia. Chailly ha dunque voluto chiudere un ciclo e non rompere col passato.

Un mondo sempre più connesso permette di vedere e soprattutto ascoltare esecuzioni come questa anche senza essere in loco e di poter condividerle con i nostri lettori, dandone loro conto. È questo il segno di una realtà sempre meno unitaria che cerca, oggi attraverso la tecnologia, di mettere in relazione frammenti. I primi segni di questa necessità erano presenti nella musica di Mahler e soprattutto nell’Ottava, sicuramente la più enigmatica delle sue sinfonie. Essa è un estremo tentativo di opporsi alla fine delle grandi certezze, delle solide unità che per secoli avevano retto le sorti del mondo. Mahler sembra essersi accorto meglio di chiunque altro di questa frammentazione, a cui non vuole in alcun modo arrendersi. Di qui nasce la scelta di mettere in campo un poderoso spiegamento di mezzi per riconnettere una realtà all’interno di una visione religiosa molto forte a cui corrispondono le altrettanto sicure forme musicali ereditate dal passato; di qui nasce l’idea di una sinfonia interamente cantata, richiamandosi a Beethoven e all’ultimo movimento della Nona. Come ben ha evidenziato l’interpretazione di Chailly, Mahler ha affidato questo “rammendo” ad una fitta rete di temi, cercando nella coerenza di materiale una nuova unità: il direttore milanese ha reso con estrema chiarezza la rete di rimandi che corre lungo i soli due movimenti e che lega l’inno Veni, creator spiritus, attribuito a Rabano Mauro, con la scena finale del Faust di Goethe. Per il compositore boemo la relazione tra i due testi ha una precisa funzione in una visione di Salvezza che Chailly ha messo in primo piano. Questa lettura è stata evidente soprattutto nella prima parte in cui le dinamiche molto forti hanno accentuato il senso di glorificazione cercato da Mahler. L’eterogeneità dei mezzi impiegati, tuttavia, non fornisce unità all’opera, ma ne accentua la frammentazione. Come spesso accade, un simile “fallimento” ha reso questa sinfonia forse uno dei migliori documenti della fine di un mondo. Questo conflitto, questa contraddizione non era del tutto percepibile nell’esecuzione di Lucerna: la chiarezza delle linee strumentali era volta essenzialmente a portare alla luce l’intreccio tematico che sorregge la struttura della composizione, ma i timbri non sono stati usati per esprimere le lacerazioni che pervadono tutta la partitura. Tutto è solare; i conflitti sono risolti; attraverso l’Amore si è sconfitto il Nemico.

Questa lettura ha trovato un valido supporto nella precisione della Lucerne Festival Orchestra, in cui Chailly ha inserito alcuni elementi dell’Orchestra del Teatro alla Scala, come ulteriore segno di continuità non solo con Abbado, ma anche con Arturo Toscanini, che nel 1938 fondò la prima compagine del festival. Altrettanto puntuali sono stati i cori. Meno convincenti sono risultate le voci soliste che hanno rivelato non poche difficoltà ad affrontare l’ardita scrittura malheriana. Questi problemi non hanno tuttavia inficiato l’interpretazione monumentale di Chailly, che è riuscito a fare “sentire” in questo concerto inaugurale la linea che cercherà di seguire la sua direzione artistica. Nei cinque anni in cui sarà alla guida del Festival, egli intende dare spazio alla musica vocale, anche del ‘900: l’Ottava Sinfonia di Mahler è stato un chiaro inizio.

Stefania Navacchia

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