L. van Beethoven
Sinfonia n. 8 in fa maggiore, op. 93
Sinfonia n.9, op. 125 "Corale"

Catalana Christiane Oelze, soprano
Christa Mayer, mezzosoprano
Torsten Kerl, tenore
Steven Humes, basso
Coro Orfeó Català
Cor De Cambra Del Palau De La Música
Mahler Chamber Orchestra
Daniele Gatti, dir

Ferrara, Teatro Comunale Claudio Abbado

L’ultima parte del problematico ed entusiasmante cammino sinfonico di Ludwig van Beethoven è stato oggetto del concerto che Daniele Gatti e la Mahler Chamber Orchestra hanno tenuto il 28 maggio al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara nell’ambito della stagione di Ferrara Musica. Le voci soliste erano quelle del soprano Christiane Oelze, del mezzosoprano Christa Mayer, del tenore Torsten Kerl e del basso Steven Humes. Il cast era completato dal Coro Orfeó Català e dal Cor De Cambra Del Palau De La Música Catalana.

Daniele Gatti e la Mahler Chamber Orchestra al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara

Ascoltare di seguito gli ultimi due lavori sinfonici del compositore di Bonn ha gettato una luce particolare su entrambe le partiture, ad iniziare dall’Ottava, troppo spesso considerata un semplice ritorno alle forme classiche. Gatti ha mostrato come anche in quest’opera Beethoven fosse ben consapevole delle problematiche che le sue sinfonie precedenti avevano aperto nella storia di questo genere musicale. Questa scelta è apparsa evidente, ad esempio, nei templi sostenuti dell’Allegro scherzando, che ha messo in luce come nella partitura manchi un Adagio. Al contrario sono risultati piuttosto rilassati i movimenti estremi, fornendo così nuova unità al discorso sinfonico. Tale unità non ha, tuttavia, appiattito i singoli elementi: l’elegante fraseggio e la caratterizzazione dinamica e timbrica delle varie parti della composizione hanno ben contribuito a delinearne il racconto, benché il direttore non sia sempre stato in grado di raccogliere i frutti della tensione creata.

Gatti sembra così aver trovato una sua sintesi tra diverse strade interpretative, soprattutto tra la grande tradizione direttoriale tedesca ed un filone più attento alla produzione che va dal ‘900 in poi. Questa ricerca è stata ancor più evidente nella Nona, in cui la sicurezza tecnica della Mahler Chamber Orchestra ha consentito al direttore di mettere a nudo le asprezze della partitura. Il suono scarno ed asciutto dei legni è risultato moderno e sconvolgente e ha dato al pubblico la sensazione (l’illusione?) di ascoltare questa celeberrima sinfonia con le stesse orecchie di chi nel 1824 ha assistito alla sua prima esecuzione. Gatti ha fatto emergere la frattura tra questo suono così scheletrico e la potenza dei pieni orchestrali, lacerazione che la musica non era più in grado di sanare se non con l’ausilio della parola, del canto. Ecco allora che l’ottimismo beethoveniano trovò (si illuse di trovare?) un modo di chiudere questa profonda ferita ricorrendo ai versi di fratellanza dell’Ode alla Gioia di Friedrich Schiller. Questo tentativo disperato è emerso chiaramente nella lettura di Gatti, che ha trovato un validissimo sostegno nei cori e nell’orchestra, ma non nelle voci soliste. Una simile interpretazione ha consentito ancora una volta alla Nona Sinfonia di Beethoven di mostrare tutta la sua sconvolgente modernità al contempo musicale e storica, capace ancora di raccontare le lacerazioni dell’uomo di oggi.

Stefania Navacchia

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