Sentieri selvaggi. Concerti di Musica contemporanea 2012
Ritratti e paesaggi
Musiche di Anna Clyne

Ensemble Sentieri Selvaggi

Milano, Teatro Elfo Puccini

Ritratto di Anna Clyne

Anna Clyne

Merito di Sentieri Selvaggi è di aver portato alla piena conoscenza del pubblico italiano la giovanissima compositrice britannica Anna Clyne (1980). Il talento di questa londinese è oramai notorio sul piano internazionale (attualmente è composer in residence presso la Chicago Symphony Orchestra); tuttavia, il concerto monografico al Teatro Elfo Puccini è stata un’occasione imperdibile per farsi un’idea più chiara di questa anomala e, per certi versi, controversa figura emergente. Ottime le presentazioni ai brani, perfetto quanto attento il clima informale della serata, lodevole l’intervista centrale alla compositrice al posto dell’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Di meglio non si può chiedere all’organizzazione di un concerto che sappia creare un rapporto tra pubblico e produzione musicale attuale.

Sentieri Selvaggi è un gruppo che ha maturato una grande esperienza nel diffondere la musica attuale saltando steccati e pregiudizi; ciò naturalmente non può che far emergere anche dei gusti e delle tendenze privilegiate che, nel caso di Sentieri Selvaggi, talvolta possono far pensare a una selezione più votata alle esperienze di semplificazione del linguaggio musicale o comunque più dialettiche, se non vicine, ai gradimenti di un pubblico più vasto e non elitario (Andriessen, Bryars, Einaudi, Glass, Ferrero, Nyman, ecc.). Personalmente non pensiamo che le confluenze più interessanti della musica attuale, bruciate le barricate tra il "colto" e il "popolare", provengano da questi lidi. Ma tale riflessione non può che appartenere a un’interpretazione del presente e, se si vuole, su una scommessa critica. Del resto, Sentieri Selvaggi, nella stagione 2012, presenterà un concerto monografico dedicato a Franco Donatoni, a dimostrazione che le prospettive restano aperte e pronte a mappare una forte diversità di produzioni. È sicuramente un giusto atteggiamento.

Ciò che è probabile è che senza Sentieri Selvaggi non avremmo avuto l’occasione per scoprire, al di là di qualche "assaggio" in passato, la musica di Anna Clyne, dotandola di un opportuno sfondo di ricezione.

Si può infatti sospettare la Clyne di uno spontaneismo ingenuo e soltanto accattivante, per l’uso di melodie vocali preregistrate dal sapore quasi infantile, per il ricorso a un’elettronica effettistica, per la costruzione musicale più "emozionale" che rigorosa. Così, come il ricorso alla spiegazione biografica del contesto genetico dei diversi brani può far cogliere ragioni più estrinseche, che intrinseche, dei presunti valori musicali.

Non è così perché, anzi, la Clyne dimostra di saper tradurre in creatività compositiva le suggestioni personali, e di usarle invece come perno motivazionale del proprio fare musica. In definitiva, ciò che è emerso lungo l’incontro-concerto organizzato da Sentieri Selvaggi è una cristallina necessità di fare musica e una differenziazione dei brani che persegue una precisa finalità espressiva. Il rapporto sincero tra ispirazione e invenzione permette alla Clyne di trovare territori sonori se non nuovi, indubbiamente originali.

Il concerto è iniziato a palco vuoto; una vecchia radio illuminata ha segnalato l’inizio della diffusione di un nastro, quello di Paint Box. Sul palco la suggestiva presenza di una scenografia di un prossimo spettacolo teatrale ispirato a Mark Rothko. L’elettronica di Anna Clyne ha portato in scena fantasmi gestuali ancestrali, sospiri, improvvisi mancamenti di respiro, in un ambiente sonoro che riesce a trascrivere una sorta di quotidianità densa e inquieta.

È stato solo il suggestivo inizio di una successione di brani strumentali tutti accompagnati dall’elettronica e con il sapiente uso dell’amplificazione degli strumenti. La commistione tra esecuzione live e materiale preregistrato ha una resa omogenea e molto efficace, uscendo da quelle tensioni all’ascolto, quasi cerebrali, cui la musica contemporanea ha talvolta costretto, per poi essere in realtà goduta nel salotto di casa, soprattutto grazie a registrazioni nitidissime e con volume ad libitum.

Se Paint Box può apparire quasi come piccolo estratto di un radiodramma, i brani strumentali con elettronica precisano invece la vocazione all’esperienza sonora dal vivo. È proprio a partire da questa esperienza che si diradano in fretta i frettolosi sospetti per soluzioni apparentemente troppo leziose. In 1987 (flauto, clarinetto, violino, violoncello e elettronica, 2008) Anna Clyne cerca di recuperare atmosfere vissute nell’infanzia e si concede l’uso di suoni di carillon, assieme a toni strumentali lievi, sospesi, eterei, in una commistione che potrebbe risultare stucchevole. In Roulette (per quartetto d’archi ed elettronica, 2007), semplici melodie cantate paiono inflettersi persino in inclinazioni new age. Sono però i contrasti tra materiali, la moltiplicazione di livelli, una narratività onirica e non aneddotica, a sottrarre Anne Clyne da una caduta in soluzioni autocompiaciute o, peggio, ruffiane.

Colpisce soprattutto la potenza espressiva, anche in riusciti brani solistici come Rapture per clarinetto ed elettronica e Fits + Starts (2003) per violoncello ed elettronica. Le composizioni hanno un felice carattere conciso e una forte mobilità interna. Anche quando Anna Clyne si concede dei pattern più ripetitivi (è il caso di Steelworks, 2006, per flauto, clarinetto basso e marimba), giocati sulle percussioni, essi non perseguono fini estatici, ma si articolano con materiali eteronomi (i suoni elaborati di un’acciaieria) e con elementi sintatticamente più complessi (le figurazioni su registri acuti di altri strumenti).

Nell’intervista di metà concerto, Anna Clyne ha spiegato come il suo comporre possa partire tanto dal materiale elettronico quanto dalla scrittura strumentale. L’agilità nel passaggio tra queste due attitudini si avverte nella superiore disinvoltura nel costruire legami tra suono dal vivo e suono registrato. Altre volte erano stati eseguiti brani di Anna Clyne in Italia, ma mai era stata creata l’occasione per un apprezzamento contestualizzato e dialogico come quello offerto da questa serata milanese, apprezzata in modo molto evidente dal pubblico presente. Ottimi anche gli interpreti, a cominciare da Aya Shimura, potente e precisa nel brano solistico, Andrea Dulbecco alle percussioni (i pattern ripetitivi e le improvvise rotture dei formanti in Steelworks richiedevano non poco virtuosismo esecutivo), Mirco Gherardini, rigoroso e pulitissimo nel suono clarinettistico.

Pierluigi Basso Fossali

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