Rondò 2012 Federico Gardella Im Freien zu spielen
Dario Savron, Me as you
Pierre Boulez, Dérive 2

Divertimento Ensemble
Andrea Pestalozza: direttore

Milano, Auditorium Gruppo 24 Ore

Amare Boulez, al di là di ogni (suo) pudore

Pierre Boulez

Nel 1999 abbiamo avuto la fortuna di assistere alla presentazione di Sur incises fatta personalmente da Pierre Boulez, prima di dirigerne l’esecuzione. Fu una vera rilevazione, innanzi tutto per la possibilità di poter ascoltare miratamente alcuni passaggi cruciali dell’opera, prima della sua esecuzione integrale. In quell’occasione, inoltre, il maestro francese dipanò il suo pensiero musicale utilizzando un numero impressionante di figure che provenivano dal dominio visivo. Quella che poteva appariva una musica oltremodo "pura", non aveva affatto alle sue spalle un’elaborazione interna al linguaggio musicale, ma si spingeva in territori sensibili che chiedevano di essere trasposti in suono.

Intelligentemente, Andrea Pestalozza ha introdotto gli spettatori a Dérive 2 di Boulez utilizzando una forma analoga; i membri del Divertimento Ensemble hanno così eseguito dei passaggi dell’opera, svelando, sull’onda delle spiegazioni del direttore d’orchestra, i nodi cruciali e le soluzioni locali che attraversano un’opera di estrema complessità e della durata di quarantacinque minuti. In particolare, la tessitura strumentale è stata decostruita facendo sentire, isolatamente, i pattern eseguiti dai singoli gruppi di strumenti: i legni, gli archi, e un altro sottoinsieme formato da arpa, piano e percussioni. Il corno è invece il "battitore libero" della formazione, pronto a coalizzarsi con l’uno o con l’altro dei gruppi.

Pestalozza ha sottolineato come Dérive 2 appaia quasi come un trattato di composizione, esemplificazione massima del magistero del maestro francese. Ma non si è limitato a questa enunciazione di massima e valutativa: ha cercato di dimostrarlo agli ascoltatori. La decostruzione ha permesso di cogliere la sovrapposizione quasi costante di tre elementi compositivi diversi, con momenti di convergenza, e sapienti costruzioni di rapporti figura/sfondo attraverso dei "pedali". In particolare, questo smontaggio ha permesso di cogliere il nitore assoluto delle figurazioni e l’esistenza di un florilegio di soluzioni compositive che paiono saturare progressivamente il catalogo di possibilità.

Il grande virtuosismo richiesto agli esecutori, soprattutto nel rispetto di tempi in continua variazione, non passa tuttavia attraverso sonorità estreme, tecniche eterodosse, usi del corpo dello strumento. È una musica scritta in punta di penna, con superiore controllo, che restituisce un impressionismo acustico senza coinvolgere la materia strumentale. Dérive 2 certifica questa inclinazione alla via aperta da Debussy, ma preservando quel gusto per i pattern ritmici, febbrili e nello stesso tempo controllatissimi che sono propri di Boulez fino dagli anni Cinquanta. Le concessioni melodiche che localmente emergono non appaiono affatto come una palinodia rispetto alle asprezze degli anni di Darmstadt: sono riammesse come un principio configurazionale tra gli altri.

Per quanto ci riguarda, abbiamo assistito ad esecuzioni di Dérive 2 prima della revisione del 2006, e conoscevamo l’opera soprattutto a partire dall’incisione Deutsche Grammophon del 2005, con l’Ensemble Intercontemporain e la direzione dello stesso Boulez. Questa registrazione pareva la consegna ufficiale alla storia di questa composizione, iniziata nel lontano 1988 e rivista nel 2002. Invece, poco dopo l’uscita del CD, il compositore francese ha sentito il bisogno di ritornarci sopra, cambiando l’opera fino al punto di raddoppiarla nell’estensione. Forse ciò è intrinseco alla natura stessa del brano, fondato su materiali iniziali, da cui vengono derivati configurazioni che si ripetono con una certa periodicità, ma dentro tessiture che permettono di cogliere, prismaticamente, forme sempre diverse.

Andrea Pestalozza

La nuova versione preserva inalterati interi passaggi della precedente, compresa la chiusa che riprende il materiale iniziale, portando definitivamente a galla un disegno melodico-ritmico cristallino e godibilissimo. Purtuttavia, l’opera ci è parsa globalmente molto più persuasiva. Ciò è probabilmente merito anche dell’esecuzione offerta dal Divertimento Ensemble, dimostratosi preparatissimo, tanto da apparire disinvolto anche nei passaggi più difficili.

Meglio di Boulez che dirige sé stesso non si può pretendere, almeno sulla carta; eppure, la lettura di Pestalozza ci è parsa molto più capace di differenziare gli umori che attraversano l’opera, senza sporcarne la tessitura geometrica. La freddezza della versione registrata è stata tradotta in un percorso affettivo che entra ed esce dai materiali, come uno sguardo che continua a cambiare prospettiva rispetto a un solido che, girandosi a sua volta, svela continuamente nuovi aspetti della sua superficie (discesa sul pianeta Boulez).

Ciò ha sottratto Dérive 2 da un certo autocompiacimento per la perfezione formale che lo caratterizza. Non solo: se nella versione precedente l’emergenza locale e nitida di formanti veniva poi sottoposta a un processo di opacizzazione e dissoluzione (la complessità è il pudore dell’ostensione dei successi a cui localmente si perviene), in questa restituzione della versione estesa del brano sono parsi ancora più apprezzabili e trascinanti i momenti di transizione. Non si aspettano i chiarimenti, le radure del brano, ma si gode del moto senza tregua della trasposizione degli assetti strumentali e delle configurazioni. Alla piena appropriazione della logica interna alla partitura, Pestalozza ha aggiunto le passioni di coglierla nel processo stesso di composizione, reperendo passioni proprie alla sua stessa enunciazione, una poetica che il maestro francese quasi cancella, per pudore estremo o per severità con sé stesso.

Per la prima volta, Dérive 2 ci è apparso un brano non solo emozionante, ma uno dei capolavori a cavallo tra Novecento e Nuovo Millennio.

Questa piccola, personalissima e forse attardata, rivelazione ci ha fatto apparire come un corollario non necessario il completamento del programma concertistico con altri due brani, di due giovani compositori italiani. Forse di fronte a un Boulez così "alto", era tutt’al più preferibile associare altri brani dello stesso compositore, o brani di riferimento dell’ultimo Novecento, o ancora Debussy. Si è colta invece l’"occasione" per dare spazio a Im Frein zu Spielen di Federico Gardella e a Me as You di Dario Savron, per altro ottimo percussionista e protagonista dell’esecuzione dello stesso Dérive 2.

I due brani non dialogano con l’estetica di Boulez, né tra di loro, e sono apparsi fuori luogo, dopo la lunga, e apprezzatissima presentazione di Pestalozza dell’opera principale della serata. Certo, ciò non ha impedito di riconoscere delle qualità compositive, soprattutto per quanto riguarda il brano di Gardella, tutto giocato su una retorica intensiva, dove suoni filamentosi, se non lamentosi, trovano improvvisi suoni doppi e infine strozzati nel clarinetto. Il continuo incespicare, come se si fosse a pochi passi dal baratro o comunque da un’apertura al sublime, lascia spazio a un’improvvisa cantabilità. È un brano se non altro dotato di una definizione poetica e di un’intonazione affettiva perfettamente coglibile dal pubblico. Un pubblico quanto mai attento e partecipe che ha salutato con grandi e prolungati applausi la preparazione impeccabile delle interpretazioni, e che forse, come il sottoscritto, è tornato a casa pensando di aver assistito a un evento esecutivo di cui conserverà a lungo il ricordo.

Si può amare Boulez, anche di fronte alla sua intransigenza, talvolta così oltranzista da non accettare altri estremi, come quelli rappresentati, per aspetti diversi, da Xenakis, da Nono, da Cage. Boulez esige che il pensiero musicale sia indomito (nel ritmo creativo), che sia leggibile (nel disegno compositivo), che sia coglibile (nell’esperienza acustica). L’oggettività musicale di Boulez pare nascere dal fatto che egli predilige una prospettiva che si affaccia sulla superficie lacustre di una composizione, propria o altrui, senza che possa emergere il proprio riflesso: solo increspature e figure, compenetrazioni di elementi da ammirare, profondità storiche da riportare in superficie. Eppure, resta comunque traccia della postura, di questo sporgersi verso, di questa attitudine ammirativa. C’è una poesia interna alla musica di Boulez che ha il sapore del soffio che attraversa lieve la tutela geometrica dell’essere dinanzi a un mondo consegnato e già immensamente sfaccettato.

Pierluigi Basso Fossali

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