Tito Gobbi: Complete solo recording.
Tito Gobbi, baritono
EMI
4553782
5 CD

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Questo cofanetto di 5 CD, pubblicato dalla EMI, testimonia l'arte di Tito Gobbi, baritono italiano vissuto tra il 1913 e il 1984: in questi CD troviamo tutti i suoi recital ed alcuni estratti di opere complete, come arie o duetti, incise in studio per l'etichetta inglese. In realtà la maggior parte dei brani era stata già pubblicata in precedenza, ma ad esse si aggiungono altre arie mai state in commercio prima per volontà dell'artista data la non bellissima qualità delle registrazioni. Troviamo arie d'opera, arie antiche, canzoni romantiche e canzoni napoletane, incise principalmente a Roma con l'orchestra del Teatro dell'Opera, a Milano con l'orchestra della Scala e a Londra con la London Philharmonia Orchestra, la Royal Philharmonic Orchestra e la London Symphony Orchestra. Nei primi tre CD e nella prima parte del quarto, le tracce sono disposte in ordine cronologico in modo che il cofanetto ci illustri il percorso interpretativo dell'artista, l'evoluzione della voce e il modo di porgersi nelle varie opere. Nella seconda metà del quarto e nel quinto CD sono stati inseriti degli estratti di arie d'opere complete.

Il primo CD è composto da quattordici arie d'opera che vanno da Mozart a Leoncavallo e da otto canzoni in prevalenza napoletane che Tito Gobbi incise tra il 1942 e il 1951. Nelle arie veriste, il giovane baritono bassanese canta già con sicurezza, dando giusto peso ed accento non solo ad ogni frase, ma anche ad ogni parola e ad ogni sillaba, facendo emergere lo stato d'animo di ogni personaggio e ricercando un fraseggio intelligente ed espressivo allo stesso tempo, trasmettendoci così emozioni rarissime. Le arie di Verdi, viceversa, sono più concentrate sul canto che sull'espressività, ma anche in questo caso l'interpretazione è ben differenziata da opera all'altra, come ad esempio l'aria di Jago nell'Otello “Era la notte” quasi sussurrata e emessa su un filo di voce che contrasta invece l'altra sua aria “Vanne...Credo in un Dio crudel” dove la voce non si sforza troppo, ma che, con accenti marcati e con un fraseggio protervo ed insinuante, riesce a infondere le sue emozioni agli ascoltatori in modo davvero personale. Sono inoltre meravigliosamente cantate le arie di Rodrigo nel Don Carlo di Verdi dove abbiamo una tragica rassegnazione in “Per me giunto è il dì supremo” e una morte lenta e dolorosa in “O Carlo ascolta...Io morrò ma lieto in core”, e in tutte e due troviamo una forte dinamica tra le frasi e un fraseggio ricco di tensione e mezzevoci, stando attento anche alla corretta dizione. In Rossini è facile a volte scorgere momenti di pesantezza vocale, ma la vivacità con cui sfodera il “Largo al Factotum” da Il barbiere di Siviglia di Rossini, in cui abbiamo una fortissima antitesi – sia vocale sia interpretativa – fra “il bel mestiere” e la fatica del lavoro, è quasi paragonabile a quella di Sesto Bruscantini o di Rolando Panerai. Troviamo anche tre arie di Mozart, due da Le nozze di Figaro e una dal Don Giovanni. Nella prima opera, Gobbi si dimostra davvero innovativo per quei tempi, regalandoci il “Non più andrai farfallone amoroso” e l'”Aprite un po' quegli occhi” cantate con molta leggerezza, limitando molto l'uso del vibrato, ricercando accenti spigliati nello stile rossiniano ed evidenziando in maniera molto marcata il contrasto servo-padrone che si trova nello spirito de Le Nozze. Nella seconda, troviamo una serenata “Deh, vieni alla finestra” piena di sfumature e di vari colori vocali, del tutto privo di portamenti o di note non ben emesse, anche se non sempre coerente alla partitura di Mozart. Le canzoni napoletane sono invece la dimostrazione di come Tito Gobbi stia particolarmente attento al senso della parola e alla dizione, sfoggiando un bellissimo dialetto napoletano e, come al solito, un ottimo canto. Inoltre troviamo le canzoni “La montanara” e “Take the sun” dal film The Glass Mountain.

Il secondo CD è formato prevalentemente da arie di Verdi; si possono ascoltare inoltre brani di Rossini, Berlioz, Giordano ed altre canzoni napoletane. Tutti i brani sono stati incisi fra il 1952 e il 1960, periodo in cui Tito Gobbi ottenne il maggior successo come cantante-attore e cominciò ad incidere per la EMI molti recital e molte opere in studio di cui alcune con Maria Callas e Giuseppe Di Stefano. Dunque in questo secondo CD si può ascoltare come Gobbi, nel pieno della carriera, porti a maturazione i suoi personaggi verdiani e di come si porga in un atteggiamento completamente diverso dal Verdi che cantava negli anni '40: Qui tende a concentrarsi più sull'espressività, sulla comunicatività e all'intelligenza dell'accento (senza trascurare il canto), come nell'aria di Renato “Alzati, là tuo figlio...Eri tu che macchiavi” da Un ballo in maschera dove il baritono esprime sentimenti ed effetti drammatici a dir poco unici: sembra che ritorni alle tecniche di canto verista che in precedenza usava solo in Puccini e Leoncavallo. La voce appare più scura e piena e rafforzata inoltre da un uso un pochino eccessivo di vibrato. Non mancano i momenti ricchi di sfumature e di dinamica tipici del cantante-attore di razza unite ad un canto sicuro e ad una voce calda, camaleontica e solida come il “Di Provenza il mar, il suol” e il “Pietà, rispetto, amore” . Troviamo molto cambiato il suo “Credo” dell'Otello, che fa leva sulle pulsioni più profonde di Jago e di conseguenza non è più un monologo, ma sembra una sorta di sfogo. Tutto questo deriva da una profonda analisi del personaggio che Gobbi eseguiva in tutte le opere da lui cantate: è questo che lo rende tutt'oggi un cantante moderno e in tutte le sue interpretazioni il grande cantante-attore è riuscito a trasmettere le sue emozioni: stesso discorso vale per Nabucco e Rigoletto. Da evidenziare “Quando ero paggio” del Falstaff che non solo si palesa una dizione perfetta e una grande raffinatezza nell'eseguire le note “a punta d'arco”, ma anche tutta l'ironia inglese tipica di Shakespeare. Nelle arie del Guglielmo Tell di Rossini – cantate in lingua italiana – troviamo come la voce, grazie alla solidità del canto, esprima abbandono e una forte passione che deriva dall'animo del personaggio. Nell'aria di Berlioz da La Dannazione di Faust – anche questa cantata in italiano – Gobbi sfodera un canto simile allo Jago verdiano, sottile e subdolo, mentre nell'aria di Carlo Gérard “Nemico della Patria” di Giordano, uno dei suoi cavalli di battaglia, si scorge una falsità quasi trattenuta che nasconde invece una grande malvagità, infatti non effettua la consueta risata, che molti altri baritoni si divertono a trasformarla in un urlo sovrumano.

Il terzo CD è certamente il più variegato, in quanto troviamo arie d'opera di diverse epoche, canzoni al pianoforte e altre canzoni napoletane incise tra il 1961 e il 1967 e furono l'ultimo recital che Tito Gobbi incise per la EMI. L'ascolto inizia con tre arie veriste, la prima di Cilea, la seconda di Wolf-Ferrari e la terza di Puccini, dove Tito Gobbi vi imprime come sempre la sua forte personalità, dando vita a tre personaggi diversificati tra loro sia per voce, sia per espressività. Il CD continua con l'aria di Belcore “Come Paride vezzoso” da L'elisir d'amore di Donizetti dove l'artista si dimostra un po' carente nelle agilità finali, ma troviamo una grande ironia e spontaneità nel suo canto, ed inoltre riesce anche ad evitare le sue pesantezze vocali da baritono verista, come aveva già fatto con Mozart. Abbiamo poi tre arie di Verdi di cui si segnala uno splendido “Plebe, Patrizi, Popolo” dal Simon Boccanegra e si prosegue con un'ottima “Donna russa” dalla Fedora di Giordano. Interessante è il fatto che siano presenti anche arie rinascimentali e barocche di compositori come Cavalli, Vivaldi, Carissimi, Durante, Giordani, Paisiello, Pergolesi, Scarlatti e Monteverdi, autori all'epoca eseguiti pochissimo, e il baritono bassanese canta queste arie con un'orchestra da camera, formata da Roy Jesson (Clavicembalo), Derek Simpson (Violoncello) e Freddie Phillips (Chitarra classica). La vocalizzazione di Gobbi, per forza di cosa, è eccessivamente pesante e copre un po' gli orchestrali; ogni confronto con i cantanti di oggi (Delunsch, Gens, Mingardo, Kozena, Pregardien, Pisaroni, Keenlyside, Quasthoff, tanto per citarne alcuni) sarebbe fuori luogo. Comunque anche qui, come sempre, abbiamo prova della dizione e del fraseggio intelligente del cantante-attore bassanese e anche se il suo non si può certo definire un “prototipo” di canto barocco, si lascia comunque apprezzare per la moderazione del vibrato e talune mezzevoci nei pianissimo. A mio avviso, molto bella “Nel cor più non mi sento” da La Molinara Paisiello. Il CD si conclude con altre canzoni napoletane.

Il quarto CD è la prosecuzione del terzo per quanto riguarda il periodo di incisione, e la coppia Gobbi-EMI termina il suo rapporto nel 1967 con la registrazione di canzoni del XIX e del XX secolo al pianoforte. Tito Gobbi canta brani di Tosti, Respighi, Wolf-Ferrari, Mayer, Gastaldon, Brogi, Mascagni e Denza accompagnato da Gerald Moore, il famoso pianista di Dietrich Fischer-Dieskau. La voce di Gobbi non è certamente più solida e calda come quella di dieci anni prima, ma la classe è sempre giovane, ogni frase è valorizzata dalle parole e le parole a loro volta dalle sillabe, equilibrando il peso tra un motivo e l'altro, non sovrastando minimamente il pianista. L'artista riesce a rendere a pieno l'idea quasi di solitudine in tutte queste canzoni ed è una concezione che emerge, questa volta, prima dal canto e poi dall'incisività e dall'eleganza dell'accento. Ottimo l'accompagnamento pianistico di Gerald Moore, la cui dinamica segue quelle della voce di Gobbi, mentre andamento opposto segue l'uso del pedale. Dunque pianista e voce diventano un unico, ottimo strumento. Nella seconda metà del quarto e nel quinto CD troviamo invece arie e duetti estratti da opere complete che Gobbi incise per la EMI tra il 1952 e il 1958. Nel quarto CD abbiamo Lucia di Lammermoor, L'elisir d'amore e Rigoletto. Della prima opera Gobbi canta in modo prodigioso i pezzi che lo vedono protagonista dando molto spazio alle colorature, aiutato anche dalla direzione vivace ed incisiva di Tullio Serafin. Della seconda troviamo un Gobbi a volte leggero e a volte ponderoso, mentre è ironico nel duetto “La donna è originale” assieme a un fresco e musicalissimo Nicola Monti nei panni di Nemorino, però non aiutati per nulla dalla direzione lenta e noiosa di Gabriele Santini. Il Rigoletto è una delle opere più riuscite di Gobbi, sia come canto, sia come interpretazione. Qui, colto nel periodo d'oro della sua carriera, ci regala forse il suo Rigoletto migliore. Un “Pari siamo” di lancinante sofferenza, un delicato “Ah, veglia o donna”, un violento “Cortigiani, vil razza dannata”, e un dolorosissimo finale quasi in lacrime. Si sente nel suo canto tutta la sofferenza del buffone, unita alle smanie di vendetta e all'amore per sua figlia; si può dire che Gobbi interpreta Rigoletto come un personaggio che non si da mai per vinta fino alla fine, e la sua dinamica vocale, crea una grande teatralità. Assieme a lui abbiamo una meravigliosa Maria Callas, un eccellente Giuseppe Di Stefano e un efficacissimo Nicola Zaccaria. Purtroppo la pessima qualità della registrazione non riesce ad offrire del tutto le intenzioni del protagonista.

Nel quinto CD si prosegue con gli estratti da altre opere: Simon Boccanegra, Aida, Don Carlos, Tosca, Il Tabarro, Il barbiere di Siviglia, I Pagliacci, Gianni Schicchi e Falstaff. Nelle prime tre opere Gobbi è particolarmente concentrato sul canto e sulla rotondità e corposità della voce: “Dinne...Figlia a tal nome palpito” assieme a Victoria De Los Angeles è un capolavoro di sfumature e di finezze vocali da parte di ambedue gli interpreti; in “Ciel, mio padre...Rivedrai le foreste imbalsamate” l'Amonasro di Gobbi è duro, impassibile e granitico, proprio come l'Aida di Maria Callas, e come sempre si riesce a scorgere la perfetta profondità nelle frasi dei due “animali da palcoscenico”. Nel Don Carlo, Gobbi è ancora meglio rispetto alla registrazione con Umberto Berrettoni. Nel duetto “Dio che nell'alma infondere” con Mario Filippeschi, i due danno una superba prova di canto, poiché riescono a sostenere i tempi letargici di Santini; nelle due arie, l'artista dà veramente il meglio di sé, esprimendo sentimento, passione, rassegnazione e rabbia, unite ad un canto superbo, pieno di sfumature ed elegante, rispettando perfettamente la partitura verdiana. Nel Gianni Schicchi, ne Il Tabarro, e ne I Pagliacci, si palesa più l'interprete del cantante, esprimendo malizia e sottigliezza nella prima opera, collera e dolore nella seconda e grande teatralità nella terza (a parte qualche acuto un po' aperto e forzato in quest'ultima). Ne Il barbiere di Siviglia, Gobbi è senz'altro un po' pesante, però abbiamo una tale vivacità, allegria e spontaneità nel canto che alcuni difetti vocali vengono messi in secondo piano. Bravo nel “Largo al Factotum” , superbo anche nelle colorature “All'idea di quel metallo” insieme ad uno splendido Luigi Alva, che farà parte della rinascita rossiniana negli anni '70 alla Scala con Abbado, e bravissimo nel duetto della lettera con Maria Callas. Bellissima la direzione brillante ed energica di Alceo Galliera con l'ottima Orchestra Philharmonia di Londra. Ho lasciato per ultimi Scarpia (Tosca) e Falstaff (dall'omonima opera) che, a mio avviso, sono i suoi ruoli più riusciti. In queste due opere, a mio parere, siamo difronte all'esempio più tangibile e sensazionale di come si possa cambiare totalmente faccia da un'opera all'altra e adattare la voce a diversi personaggi, mutando sia il modo di cantare che quello di interpretare. Lo Scarpia di Gobbi è immacolato, senza difetti, voce di ferro e di marmo emessa perfettamente di petto assieme ad una tale incisività e sottigliezza dell'accento che garantiscono un'interpretazione memorabile: “Tre sbirri, una carrozza...Va Tosca” (il Te Deum) è l'esempio massimo di come si possa cantare interpretando con simili sfumature e con tecniche vocali solidissime. Convincentissimo ed insinuante nel duetto del secondo atto con la grandissima Tosca di Maria Callas, aiutati dalla meravigliosa direzione di Victor De Sabata con la più che dignitosa Orchestra della Scala. In Falstaff si sente come Gobbi esprima tutta la tristezza della vecchiaia e la rassegnazione, ma anche l'Humor inglese, la simpatia e la vivacità Shakespeariana che lo rende così un protagonista “unico” e completo, che ben si sposa all'eccellente direzione di Herbert Von Karajan con l'altrettanto ottima Philharmonia londinese.

Questo cofanetto è dunque la prova più completa dell'arte di Tito Gobbi, cantante-attore completo ed equilibrato, intelligente ed espressivo, a volte criticabile, ma il cui canto unito alla sua particolare visione di ogni personaggio, lo rende un cantante moderno tutt'oggi.

Gianandrea Navacchia

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