HANDEL Georg Friedrich
12 Concerti Grossi op.6
Il Giardino Armonico
Giovanni Antonini, direttore
concertino:
Enrico Onofri, violino
Marco Bianchi, violino
Paolo Beschi, violoncello
Luca Pianca, arciliuto
Margaret Köll, arpa tripla
OISEAU LYRE
4780319
3 CD

La presente incisione dei 12 Concerti Grossi op. 6 di Georg Friedrich Handel, sancisce l'inizio della collaborazione tra Il Giardino Armonico e L'Oiseau Lyre. Si tratta di una significativa operazione di rilancio per l'etichetta inglese che da alcuni anni era stata pressoché ridotta al silenzio dalla casa-madre Decca, provocando l'inopportuna interruzione di una tradizione discografica che aveva prodotto incisioni fondamentali nel repertorio rinascimentale, barocco e classico. L'occasione di rivedere questo prestigioso marchio, che ha contribuito in modo determinante alla diffusione della prassi esecutiva antica, si unisce alla curiosità di ascoltare ogni nuova incisione del Giardino Armonico.

Un esordio che avviene nel nome di Handel e della sua più riuscita ed articolata opera strumentale della quale, per la verità, esiste già una nutrita discografia, al cui l'interno questa nuova incisione si inserisce in modo autorevole per via di un approccio assai anticonvenzionale.

Fu l'editore londinese Walsh, lo stesso che pubblicò la serie dell'op. 3, a richiedere ad Handel una nuova raccolta di Concerti Grossi in stile italiano, genere già prossimo al tramonto ma in Inghilterra ancora all'apice della popolarità. Handel compose così in poche settimane i Twelve Grand Concertos in seven parts cui apporrà il sei come numero d'opus, tributando così un indiscutibile omaggio alla memoria di Arcangelo Corelli, suo mentore di un tempo. L'esempio corelliano, riconoscibile nella concezione formale complessiva, è tuttavia ripensato da Handel attraverso una serie concatenata di modelli che non si fatica a riconoscere come un inventario di artifici tecnici dove le maniere stilistiche si misurano con l'impiego di dinamiche sconcertanti, di audaci intuizioni teatrali e di licenze nel più ardito spirito improvvisativo.

Al gusto tutto barocco della meraviglia si unisce la tendenza razionalistica a costruire un catalogo ideale sicché, pur essendo distante dalle meticolose esplorazioni bachiane, Handel ci pone di fronte a suggestive ricognizioni sulle potenzialità espressive e timbriche degli strumenti, sulle capacità esplicative delle forme musicali e sulle suggestioni affettive indotte dall'impiego delle diverse tonalità. Tuttavia questi concerti grossi non solo concludono l'esperienza di Handel come compositore "italiano", ma rappresentano anche l'ultimo esemplare del genere in senso temporale, nel quale il compositore celebra ed esaurisce la categoria del concerto barocco realizzandone ogni risolutiva istanza.

L'ascolto di questa incisione conferma l'originalità del Giardino Armonico nell'individuare una chiave di accesso a questo repertorio assolutamente nuova, legittimata da un virtuosismo ai limiti della sprezzatura, da un'insolita capacità di improvvisazione, da un codice timbrico da alcuni definito "selvaggio", ma anche da un fraseggio modellato sulla cantabilità e su un respiro melodico tipicamente italiano, caratteristiche che sembrano adattarsi in modo inequivocabile alla natura dei dodici concerti handeliani.

Il gesto, che appare quasi brutale, possiede una perentoria energia che genera diffrazioni violente con nuoances melodiche più delicate che affiorano timide ma accuratissime nell'avvicendarsi tra il tutti ed il concertino. La dinamica, di conseguenza, è accentuata all'ennesima potenza, cosa che ostacola una recezione in chiave leggera, come per intrattenimento. Tutt'altro, l'attenzione dell'ascoltatore è sollecitata a misurarsi con ogni arcata, con la rapida alternanza di frasi legate e staccate, con i molteplici colori strumentali, con ogni fioritura, con il movimento insolito del basso continuo.

Si eccepirà che tutto ciò vada a scapito della scorrevolezza e della fluidità di un discorso musicale che si vorrebbe concepito con esigenze più disimpegnate ed occasionali. Tuttavia una simile opinione non appare del tutto fedele allo spirito di questa musica, poiché dimentica il rilievo retorico della maniera handeliana, il suo proporsi con convincente grandiosità anche nel genere strumentale. A mio avviso il merito di questa incisione risiede soprattutto nell'aver messo in discussione un simile pregiudizio. Così, se le scelte interpretative del Giardino Armonico e del suo direttore Giovanni Antonini possono apparire eccessive se non addirittura sfrenate, lo sono in funzione ed in ottemperanza della pregevole fattura retorico-musicale e della varietà stilistica che costituisce la sostanza di questi concerti.

Con questa incisione Il Giardino Armonico sembra prendere le distanze da una prospettiva disimpegnata: l'ascoltatore viene trattato con tutti gli onori, a patto che non si dedichi a nessun'altra attività che non sia quella di prestare la massima attenzione ad ogni minimo passaggio che lo spessore di questa musica richiede. Ne sarà ricompensato. Scoprirà, ad esempio, che la successione dei concerti non risponde ad alcuna necessità di ostentazione virtuosistica, che Onofri & C. pure garantiscono con brillante nonchalance, ma appare, come detto, alla maniera di un catalogo di forme e di stili musicali e, ancor di più, di passioni e di affetti, in senso eminentemente drammaturgico.

Non va dimenticato che Handel scrisse questi concerti nel 1739, in un momento per lui difficile a causa delle avversità economiche che derivarono della sua attività di compositore di opera italiana, genere che fu costretto ad abbandonare a favore dell'oratorio in lingua inglese. Forse un estremo omaggio al quel gusto italiano, del quale egli fu seguace fin dagli anni romani per poi divenirne esponente di primo piano nel periodo della maturità a Londra. Come se il compositore, nel momento di prendere commiato dal genere teatrale, desiderasse riaffermare nella forma del concerto grosso quei canoni estetici che ne avevano decretato il successo come operista, affidando all'essenzialità della musica strumentale il compito di custodirne la lezione. C'è da chiedersi se non sia da rintracciare in un simile atteggiamento il significato più esatto del termine "drammaturgia musicale".

Proprio su questa strada sembra condurci l'intento del Giardino Armonico nella presente registrazione: rivelare cioè la teatralità latente di queste pagine sfruttando, grazie alla conclamata abilità tecnica dei musicisti, tutte le possibilità espressive ed evocative che l'impiego degli strumenti originali mette a disposizione. Per questo il marchio handeliano non viene tradito, al contrario disvelato in aspetti finanche audaci, ma fedeli ad una scrittura forse artificiosa ma sbalorditiva per magistero tecnico, invenzione melodica, eloquenza espressiva.

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