MONTEVERDI Claudio
Vespro della Beata Vergine
La Petite Bande
Sigiswald Kuijken
CHALLENGE CLASSICS
CC 72311
2 CD
86'05"

L’esecuzione del Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi che Sigiswald Kuijken e La Petite Bande hanno pubblicato per l’etichetta CHALLENGE, si distacca nettamente dalla tradizione interpretativa di quest’opera. Così è sconcertante ascoltare uno dei capolavori del compositore cremonese in una versione che ne disconosce la sua portata innovativa: la scelta dei tempi appare lenta e uniforme; l’utilizzo degli strumenti è alquanto ridotto, benché Kuijken dichiari di essersi rigorosamente attenuto alle indicazioni monteverdiane; la musica ha il sopravvento rispetto al significato della parola. Si tratta quindi di un’edizione che privilegia l’aspetto puramente musicale, rispetto a quello espressivo.

A questo punto l’ascoltatore si trova davanti a due strade: o aprioristicamente dare un giudizio in senso negativo o accettare la sfida della ricerca e chiedersi quali motivazioni hanno portato il direttore belga a questa scelta. Seguendo questo secondo percorso egli sarà portato a conoscere meglio la genesi e la natura della composizione. Si scoprirà così che essa fu scritta nel 1608 dedicata al papa Paolo V: nella speranza di ottenere un incarico professionale a Roma, Monteverdi ha usato ogni risorsa tecnica in suo possesso al fine di preparare un grandioso rito in onore della Vergine. La ricerca conduce poi l’ascoltatore a porre attenzione sul sottotitolo del Vespro della Beata Vergine, "da concerto, composto sopra canti fermi" ed a scoprire così che un’opera sempre considerata per la propria epoca emblema della "modernità" fonda invece le sua radici anche nella tradizione gregoriana e polifonica. Una esecuzione, come quella di Kuijken, trova una ragione storica: la religiosità che essa esprime è più vicino ai modelli della scuola romana che ai fasti della Repubblica di Venezia. Inoltre la limpidezza della trama vocale, ottenuta dal direttore belga anche grazie all’utilizzo del coro in parti reali, rende efficacemente la complessità dell’ordito polifonico tessuto da Monteverdi.

Dunque Kujken "ha ragione"? Dunque abbiamo sempre ascolto versioni storicamente "sbagliate" di quest’opera? Non è questo l’atteggiamento con cui riteniamo ci si possa avvicinare nel modo migliore ad un’interpretazione musicale: essa ci dice qualcosa sul testo che "legge". Merito di questa esecuzione è aver messo in luce aspetti del Vespro spesso rimasti un po’ in ombra; certamente però essa penalizza la complessità della partitura, in cui Monteverdi ha integrato antico e moderno, in cui cioè i canti fermi ed le tecniche polifoniche vengono rese con un nuovo valore soprattutto attraverso anche una rinnovata espressività della parola, che Kujken, come detto ha lasciato in secondo piano. Proprio il menzionato sottotitolo ci chiarisce questo rapporto dialettico con la storia: i "moderni" concerti, in cui gli strumenti dialogano con le voci, vengono in quest’opera applicati agli "antichi" canti fermi.

Ora, con maggiore conoscenza, l’Ascoltatore è libero di scegliere, di capire come preferisce ascoltare il Vespro della Beata Vergine; ma forse la vera libertà risiede nel sottrarsi alla scelta e nell’aprirsi ad infinite possibilità di ascolto.

Stefania Navacchia

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