HARVEY Jonathan
Body Mandala
Tranquil Abiding (1998)
Body Mandala (2006)
Timepieces (1987), White as Jasmine (1999)
...Towards a Pure Land (2005)
Anu Komsi: soprano
BBC Scottish Symphony Orchestra
Ilan Volkov: direttore

NMC
D 141
1 CD

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Questo cd della NMC Recording – etichetta basata sull’associazione tra diverse Fondazioni legate in modo più o meno diretto alla musica contemporanea –, raccoglie cinque delle venti partiture orchestrali di Jonathan Harvey, qui eseguite e registrate ottimamente. Esse, in particolare, mappano gli ultimi dodici anni di produzione del compositore del Warwickshire, piccola regione inglese che vanta nel suo territorio quella Stratford Upon Avon che ha dato i natali a Shakespeare.

Harvey, raggiunti i settant’anni, gode oggigiorno del maggior momento di fama nella sua già variegata carriera, caratterizzata, in particolare, da un’assidua frequentazione dell’Ircam. Fioccano commissioni e incisioni per questo compositore inglese che pare finire con il porsi come il migliore della sua generazione. Certamente egli è alquanto sfaccettato e la sua poetica è più originale e "creola" di quanto non lo sia Brian Ferneyhough o l’ex enfant prodige George Benjamin.

Harvey ha scritto delle ottime partiture che prevedono un intervento dell’elettronica, mentre in questo cd premiato con un Grammophon Award ci si concentra solo sulle tessiture orchestrali, ad eccezione di White as Jasmine che, oltre a una voce di soprano, affianca anche un sintetizzatore e una qualche modulazione nel suono nel finale.

La musica orchestrale del Secondo Novecento non è stata così generosa di capolavori, o almeno non eguaglia la straordinaria produzione per organici più ridotti o per strumento solo. In particolare, le partiture per orchestra sono quelle che risultano più ingenerose rispetto a talenti che non hanno una forza poetica distintiva e una lucidità di organizzare una tavolozza persino sovrabbondante. Certo, ci sono le partiture orchestrali di Messiaen, quelle di Stockhausen, Maderna, la collana preziosissima di opere di Xenakis, e poi senza dubbio Ligeti, Nono, Rihm, Lachenmann, Grisey.

Harvey cerca di inserirsi nel non foltissimo stuolo di autori contemporanei in grado di lasciare pagine orchestrali storicamente fondamentali ma lo fa smussando in parte i suoi stilemi più individualizzanti.

Tranquil Abiding funge come apertura a un universo sonoro che pare rinviare all’Ives di Central Park in the Dark, nebbie orchestrali con fiati che insorgono come figure leggere, a tratti di pennello acceso di colore. Per quanto influenzato dalle religioni orientali, Harvey non profila dei rituali musicali (malgrado qualcuno lo affermi), restando in larga parte narrativo; firma, come in questa partitura, un racconto leggermente contrastato, dove gli impasti cromatici non soffocano totalmente delle improvvise sollecitazioni liriche. È una musica di "paesaggio", dove la meteorologia interna offre talvolta degli squarci luministici che rivalorizzano un profilo di mondo che lì per lì poteva anche appare atono, avviluppato da un’atmosfera stantia (si ascolti verso il decimo minuto un notevole panorama musicale di ivesiana memoria).

Detto questo, non si trova nulla di nuovo, davvero, in questo Harvey orchestrale di fine anni Novanta. Certo, vi è un distillato di soluzioni della tradizione, e una qualche elezione di figure linguistiche distintive, che permettono il riconoscimento dell’impronta autoriale.

Ora, la purificazione è la nozione che riunisce un trittico di partiture di cui il primo brano è programmaticamente Body Mandala. Anche in questo caso tuttavia l’enunciazione musicale non sembra troppo problematizzare quello che pare voler esser il tema filosofico-religioso da abbracciare. In ciò si registra un difetto tipico della musica contemporanea di questi anni; recupero di una tradizione tematica aulica che tradisce un’incapacità di assumerla come esigenza di rifigurazione espressiva. Si tratta piuttosto di trovare una "cittadinanza" dentro un territorio musicale che in mancanza di meglio si chiama "tradizione". Stupisce quasi riconoscere tutto ciò riguardo un compositore quale Harvey.

La figura ostinata di Body Mandala proposta dai fiati (in particolare ottoni) è sapientemente inframmezzata da una vivace discorsività dissociativa che finisce per stemperare man mano l’intreccio in una dissoluzione di lacerti tematici in fermento. Il finale del brano si riscatta da qualche passaggio più retorico, ma la sintesi tra curiosità di riferimenti esterni alla tradizione occidentale e sapiente mestiere d’orchestrazione finisce più per indebolire la forza dei potenziali contrasti e per "ingrigire" la ricerca che, in fondo, si vorrebbe più schietta.

Timepieces è strutturato in tre parti, giocate tutte sulla moltiplicazione e sovrapposizione di tempi diversi. È un brano che ci fa risalire all’Harvey degli anni Ottanta, dove l’invenzione è meno preoccupata dall’unitarietà del racconto e molto più dedita all’episodicità, all’evento. L’assunzione del materiale armonico e melodico è più scanzonata e disinvoltura rispetto all’Harvey più recente. Necessitando di un secondo direttore d’orchestra (Stefan Solyom), Timepieces è il brano più esteso del CD e decisamente quello che risulta più fresco, meno compassato e capace di suscitare immediate rispondenze nell’ascoltatore. Lo sfondo programmatico della composizione – confrontarsi con forme temporali diversificate – non si traduce in un’illustrazione tematica scontata e proprio ciò consente un’ermeneutica interna al brano, un accesso ai valori extramusicali che passa e si nutre delle forme di enunciazione. Dal riconoscimento passiamo a un percorso di conoscenza dove il gioco linguistico non è scontato. Forse la terza sezione di Timepieces, più "cosmica", si sente di abbandonare ancor di più una fabulazione musicale; il discorso si fa più sfilacciato e incantato (è uno dei punti più alti di questo CD di ben ottanta minuti).

White a Jasmine si basa su testi indù ed è musica a programma, descrivendo una sorta di percorso mistico elettivo dove la spiritualizzazione è inquieta ma anche accorata. La voce di soprano si muove dentro delle filigrane melodiche capricciose ma cristalline, sospinta da pulsioni ritmiche che rilanciano uno sfondo (archi in glissandi) che pare un tavolo inclinato, capace di trascinare via con sé, per gravitazione, qualsiasi figura. La composizione è tuttavia formata da diverse sezioni che variano la gamma di accenti e sigillano dei punti programmatici di spiritualizzazione.

...Towards a Pure Land è il brano conclusivo del trittico sulla Purificazione. Anche in questo caso, come da programma, ci si trova di fronte a una rappresentazione della purificazione attraverso una dismissione del discorso orchestrale "classico", per pervenire a una silente notte musicale, fatta di spettri soavi e di piccole stregonerie sonore, fino a indulgere a danze che portano ritmi diversi a individualizzarsi e a rincorrersi.

Per concludere, ci troviamo di fronte a un Cd di un compositore certamente capace di esibire tutto il suo magistero tecnico anche nell’ambito orchestrale, il lavorio sottile sugli impasti sonori, la capacità di variegare temi e toni, ma tutto corre anche il rischio di restituirci una musica che si affanna a rappresentare, a risultare programmaticamente "colta", senza una voce "trasversale" capace di farci rileggere e riassumere davvero passato e presente.

L’Harvey cameristico è decisamente più convincente e stimolante, ma del resto va segnalato che più globalmente il suo discorso musicale ha perso, non tanto di inventiva, quanto di schiettezza e di ardore per la ricerca di un’enunciazione musicale che non abbisogna così massicciamente di ragioni extramusicali da rappresentare, da trasporre in racconto programmatico.

Jonathan Harvey ha scritto brani bellissimi nella sua carriera (Bhakti, Advaya, ecc.), ma le mode musicali e gli "apprezzamenti istituzionali" non hanno lasciato del tutto inintaccato il suo percorso musicale. Certo, va ammesso che non ci troviamo affatto di fronte a un compositore in crisi di identità o espressiva (l’abbondanza e la varietà della produzione attuale lo testimonia). Piuttosto, ci si potrebbe autointerrogare sui nostri stessi parametri di giudizio; se in fondo non siamo insofferenti al fatto che la musica per orchestra divenga "genere", e che, come per il cinema, ci piacerebbe riconoscere invece una perfetta unità di intenti espressa lungo tutta la diversa produzione di un autore. Questo potrebbe essere tacciato di visione ideologico-estetica, ma la "tara" sul nostro giudizio non andrà forse applicata anche e proprio al divenire "genere" della musica per orchestra o di quella vocale, cosa che la zavorra e le impedisce di essere sincronicamente mobilitata nella ricerca compositiva?

In fondo i grandi autori del secondo Novecento che abbiamo citato più sopra hanno abbracciato questi "generi" quasi insensibili a zavorre di "tradizione", pur dialogando in lungo e in largo con essa. La loro voce è rimasta inflessibile nei suoi accenti e gli organici diversi sono apparsi solo come un terreno ove misurarsi ed estendere le proprie "resistenze" e la propria più sincera effabilità.

Pierluigi Basso Fossali

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