Novità libri

M. Dolar, S. Žižek,

La seconda morte dell'opera

LIM
2019
pp.367

L’opera va in analisi grazie alle intuizioni e provocazioni di due tra i massimi filosofi del mondo d’oggi: Mladen Dolar e Slavoj Žižek rileggono la storia di una delle forme più complesse del teatro occidentale alla luce delle teorie di Jacques Lacan. Nata già morta in quanto celebrazione fantasmatica della tragedia greca, l’opera officia la sua “seconda morte” agli inizi del Novecento proprio in concomitanza con l’avvento della psicanalisi. Ne nasce un libro che affronta alcuni temi fondamentali (amore, morte, pulsioni, perversioni) concentrandosi su due autori paradigmatici come Mozart e Wagner. Un saggio illuminante e controverso per rimettere in discussione tutte le nostre certezze su opera e dintorni. II volume è introdotto da una prefazione di Carlo Lanfossi, che interpreta in chiave lacaniana alcuni aspetti della musicologia italiana, e da una postfazione di Alberto Toscano, che considera il saggio di Dolar e Žižek nel contesto del pensiero critico contemporaneo.

R. Panfili, C. Wolken (a cura di),

In nessun tempo. Hans Werner Henze: diari, saggi e interviste,

LIM
2019
pp.295

[...] Quando avevo diciassette anni mi hanno messo addosso una divisa e mi hanno fatto “l’onore” di partecipare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nella quale era morto mio padre e che aveva gettato la mia famiglia in terribili difficoltà. Già prima, da ragazzo, avevo però potuto osservare con occhi abbastanza aperti la realtà del nazifascismo e gli effetti che esso aveva sulla vita delle famiglie, sui piccoli gruppi sociali. La traccia lasciata da quei traumi è stata la ripulsa per tutto quello che ha a che fare con la violenza, con il dolore, con il tradimento, con la menzogna e la disonestà. Dopo la guerra, con fatica, ho potuto finalmente trovare il mio stile e il mio modo di vita, ma in un Paese che non era il mio. Le cose hanno voluto che dopo i tre anni che avevo in mente di passare in Italia per scrivere un’opera in tre atti, König Hirsch, io sia stato incapace di tornare al Nord. Da allora vivo in Italia, da italiano tra italiani, e qui, per quanto possa sembrare strano, ho trovato un senso di identità consolidato dalla dolcezza, dalle buone maniere, dalla cordialità che qui erano naturali e che io vedevo discendere direttamente dalla tradizione dei Greci, dalla sua conservazione presso i Romani, quindi resi presenti nell’eleganza delle persone e nel loro inconsapevole orgoglio di essere figli di questa formidabile nazione. (Hans Werner Henze)

S.Walsh

Claude Debussy. Il pittore dei suoni

EDT
2019
pp.384

“In ultima analisi, a Debussy toccò definire la propria musica praticamente ex novo, dettaglio per dettaglio, mentre la creava, dovendo giudicare coerenza e continuità, saldezza strutturale ed equilibrio per ogni pezzo. Fu la modalità che sarebbe a poco a poco diventata la norma nel Novecento. Ma Debussy fu il primo: dopo di lui nessuno l’ha più fatto con uguale abilità, o con risultati di simile bellezza” In questo libro, Stephen Walsh, uno dei più acuti e rispettati critici e storici della musica della scena inglese, intesse con grande abilità la biografia e l’opera del compositore, per raccontare un’altra storia. Quella di un Debussy “pittore dei suoni” non tanto per le qualità immaginifiche della sua opera o per la vicinanza alle atmosfere degli impressionisti, quanto per il modo in cui lavora ai suoi soggetti, ai loro sviluppi e alle loro cornici, creando la forma musicale dalla sua pura necessità interna, senza curarsi di una sintassi o di una tecnica narrativa preconfezionata, classica o wagneriana che sia.

C. Bianchi,

Logiche del tonalismo. Storia di un linguaggio musicale fra analisi e armonia

LIM
2019
pp.203

Un percorso didattico ispirato in parte ai metodi di Marco De Natale — pioniere dell’analisi musicale in Italia — viene riassunto e integrato a uso di docenti e studenti di atenei universitari, conservatori, licei musicali, scuole secondarie di primo grado, ma anche di generici lettori interessati. L’autore illustra la musica cosiddetta ‘tonale’ nelle sue origini storiche risalenti alla società urbana europea dei sec. XVII–XVIII e in alcuni processi di trasformazione che lungo il Romanticismo conducono alla fase post-tonale del Novecento. L’impronta di De Natale emerge nell’approccio alla teoria dell’armonia e nelle riflessioni conclusive su certi aspetti emozionali e simbolici della musica che oggi vengono indagati in intreccio sempre crescente con altre discipline — in particolare la psicologia scientifica. Il volume, corredato da una bibliografia ampia e aggiornata, costituisce un manuale di approfondimento, anche per le basilari nozioni di grammatica musicale.

S. Scodanibbio

Non abbastanza per me. Scritti e taccuini

Quodlibet
2019
pp.304

A pochi anni dalla sua morte, il passaggio folgorante di Stefano Scodanibbio nella musica contemporanea appare sempre più, come ebbe a dire lui stesso del suo rapporto col contrabbasso, come un’avventura che nessun altro avrebbe potuto intraprendere. Di questa avventura gli scritti qui raccolti presentano una testimonianza straordinariamente viva: gli appunti di viaggio (l’India, l’amatissimo Messico, la Svezia, la Spagna, la California), gli incontri decisivi (Scelsi, Berio, Xenakis, Nono, ma anche poeti e scrittori, come Sanguineti e Agamben), le annotazioni illuminanti sulla musica si compongono in una sequenza vertiginosa, che ricorda la velocità e l’esattezza con cui egli riusciva a trarre dal contrabbasso sonorità prima di lui insospettate. E man mano che la lettura procede, gli sguardi, i gesti, le sensazioni febbrili e quasi incomunicabili lasciano trasparire in filigrana qualcos’altro: il legarsi sempre più intimo e stretto di una vita e di un’opera, di un’avventura biografica perennemente insoddisfatta e di una maestria creatrice ogni volta esemplare.

A. Fassone

L’arte di Karajan. Un percorso nella storia dell’interpretazione

LIM
2019
pp.399

L’idea che presiede alla nascita della presente silloge di saggi è quella di dipanare la matassa del fenomeno “Karajan” a partire proprio dalla sua arte interpretativa, ricostruita sulla scorta delle innumerevoli registrazioni in studio (audio e video) lasciateci dal direttore (più di 1500); l’ausilio offerto per l’analisi empirica da mezzi tecnologici modernissimi come il Sonic Visualizer offre agli studiosi la possibilità di basare la loro interpretazione e valutazione estetica su un fondamento oggettivo […]. L’assenza o perlomeno la marginalizzazione […] della dimensione estetica, vale a dire della valutazione artistica del lascito di Karajan, è un fenomeno su cui occorre interrogarsi seriamente. Il connubio di arte e tecnologia, di musica e mercato, la costruzione di un’immagine autocratica non necessariamente simpatica da parte di un artista il cui potere, a partire dagli anni Sessanta, fu tale da guadagnargli l’epiteto di “Generalmusikdirektor d’Europa”, spiegano come proprio il punto di partenza di Karajan, la musica e la sua interpretazione e diffusione tramite il disco, abbia finito negli anni Settanta e Ottanta per essere travolto dal fenomeno “Karajan” nel suo complesso. Essendo Karajan stesso l’origine di questa solo apparente scorporazione, va detto con chiarezza che si annida qui un pericolo assai grave, fomite di fraintendimenti e distorsioni a livello di storia della ricezione. Sarebbe infatti del tutto errato e fuorviante opporre, nella considerazione della complessa personalità artistica di Karajan, la dimensione tecnologica a quella artistica, proprio perché, nella visione del direttore austriaco, questa diade è in realtà un’unità inscindibile. […]

P. Kildea,

Il pianoforte di Chopin. Alla ricerca dello strumento che ha rivoluzionato la musica

Il saggiatore
2019
pp.400

Nel novembre 1838 da una cella della certosa abbandonata di Valldemossa, fra le montagne che circondano Palma di Maiorca, si diffondono le note di un «pianino». Non sono note qualsiasi: sono quelle che completeranno i ventiquattro Preludi di Frédéric Chopin, opera cardine del Romanticismo. Non è stato possibile trovare uno strumento migliore sull’isola, ma quel piccolo pianoforte, costruito da un artigiano locale, fatto di legno dolce, ferro, rame, feltro e avorio, avrà una grande vita.

Abbandonato nella cella di Chopin per oltre settant’anni, acquistato nel 1913 da una donna intelligente e tenace – «una vecchia ebrea, pazza per la musica», come lei stessa si definiva –, la pianista e clavicembalista Wanda Landowska, il pianino viene confiscato dai nazisti, determinati ad appropriarsi del prestigio che Chopin e la sua musica rappresentano.

Ma questa non è che una delle tante storie racchiuse nel Pianoforte di Chopin, insieme a quella di Chopin e George Sand, a quella di Wanda Landowska, a quella collettiva dell’Europa e degli Stati Uniti durante gli anni centrali del secolo scorso. Ma, soprattutto, insieme alla storia dei Preludi, narrata attraverso gli strumenti su cui sono stati eseguiti e i pianisti che li hanno interpretati. Paul Kildea ci racconta come quel modesto pianino abbia influenzato il suono anticonvenzionale e rivoluzionario dei Preludi, che non sfuggì a Schumann, a Liszt, ad Arthur Rubinstein, a Svjatoslav Richter. E che Kildea ci restituisce, pagina dopo pagina, nella più coinvolgente delle narrazioni.

A. Beer,

Note dal silenzio. Le grandi compositrici dimenticate della musica classica

EDT
2019
pp.238

“Che cosa è necessario per diventare un grande compositore? Ovviamente, il genio è fondamentale. Così come lo sono la formazione musicale e lo studio assiduo della composizione. Di norma, poi, al grande compositore servono un incarico professionale e l’autorità, i guadagni e le opportunità che quell’incarico offre. Un grande compositore deve inoltre poter accedere ai posti dove si suona e si fa circolare la musica. E, soprattutto, ha bisogno di mogli, amanti e muse che sostengano, spronino e ispirino i suoi grandi successi. Ma c’è anche una risposta più semplice a questa domanda: bisogna nascere uomo.” La storia di otto donne meravigliose che hanno raccolto la sfida di presentarsi come creatrici e compositrici di brani musicali, e non come esecutrici o interpreti virtuose. Una dopo l’altra, in periodi storici e contesti culturali diversi, dalla Firenze del Rinascimento alla Londra del Novecento, ciascuna di esse ha fronteggiato le ideologie e le consuetudini che cercavano di escluderle dal mondo della creazione musicale.

A. Panzavolta

La promessa delle sirene. Filosofia dell'opera lirica

Inschibboleth
2019
pp.174

«Chi sa solo d’opera non sa niente d’opera». Questo aforisma – sotto il cui segno si svolgono gli Aperitivi Culturali, propaggine filosofica dello Sferisterio Opera Festival di Macerata – bene compendia la ‘chiave musicale’ dei saggi qui raccolti, che sono le letture tenute dall’autore proprio in quella sede. Resistendo a qualsiasi pretesa di chiusura disciplinare e consapevole che la musica, e in particolare quella lirica che intrattiene con la parola un rapporto strettissimo, eccede la sua stessa configurazione sonora, l’autore ha cercato di investigare la pluralità dei testi che tramano in filigrana le opere liriche analizzate, evidenziando di ciascuna lo statuto strettamente filosofico. Perché filosofare significa tendere al lógos e quindi mettere in relazione (légein) i distinti con il resto, in una arcipelagica armonia. Questo processo di contaminazione tra varietà di mezzi espressivi si sviluppa pienamente nella sezione posta a suggello del volume, che contiene tre interviste impossibili a celebri eroidi del melodramma e due divertissements mozartiani.

C. Boccadoro,

Analfabeti sonori. Musica e presente,

Einaudi,
2019
pp.104

L’avvento di Internet ha rappresentato una vera e propria rivoluzione nel mondo della musica. L’opportunità strabiliante di usare linguaggi musicali provenienti da ogni tempo e luogo ha rimescolato il concetto stesso di composizione, aprendo un ampio ventaglio di fusioni stilistiche e contaminazioni. Ciò presuppone grande responsabilità da parte del compositore, nonché il rischio di incorrere nell’esplorazione superficiale di un catalogo cosí pericolosamente vasto, smarrendo un requisito fondamentale: il senso critico. La soglia di attenzione e la capacità di concentrazione diminuiscono progressivamente di fronte alla logica di Spotify, un incessante crossover tra generi, che intacca l’archetipo di «storia musicale». I componimenti che richiedono un tempo d’ascolto lungo e ponderato mal si conciliano con questo metodo spasmodico. È ancora possibile qualche forma di resistenza alla continua accelerazione della fruizione musicale, arrestando cosí la nostra trasformazione in veri e propri analfabeti sonori?

G. Schiaffini,

Errore e pregiudizio

Haze,
2019
pp.132

Attraverso un’agile riflessione sul significato di termini in apparenza comuni – come caso, ambiguità, indeterminatezza e creatività – l'autore spinge l’indagine già avviata nei suoi precedenti scritti a uno stadio ulteriore, ponendo particolare attenzione al concetto di “errore”, spesso non un semplice sbaglio, ma il vero punto di svolta capace di produrre utili, talvolta fondamentali suggerimenti nella ricerca scientifica come in quella artistica. Così, grazie a una serie di esempi e di aneddoti legati ai più disparati campi dell’attività umana, percepiamo tutta la vastità ma anche la libertà del nostro pensiero alle prese con la complessità dei processi e dei fenomeni comportamentali di tutti i giorni.

R. Miller.,

L'arte di cantare. Educazione della voce, stile e interpretazione,

EDT
2019
pp.424

Di tutte le arti dello spettacolo, il canto è senza dubbio la più complessa. Il suo insegnamento e la sua pratica sono storicamente agitati da infinite controversie, gli ideali di suono sono molteplici, e le tecniche per perseguirli paiono numerose quanto gli insegnanti stessi. Una semplice rassegna dei punti di vista che si riscontrano nella letteratura didattica non potrebbe che lasciare disorientato il lettore, e di conseguenza lo studente desideroso di apprendere il metodo più semplice e corretto. È anche per rispondere a questa situazione che Richard Miller, uno fra i più apprezzati esperti di vocologia al mondo, ha raccolto in questo libro una panoramica a tutto tondo del bagaglio di conoscenze necessarie ad affrontare lo studio e la professione del canto, preoccupandosi di fornire in primo luogo un fondamento scientifico e medico alle questioni riguardanti l’emissione e la tecnica vocale. A partire da una chiara illustrazione della fisiologia dell’emissione vocale, per giungere ai problemi connessi alla musicalità, allo stile e all’interpretazione, senza trascurare la preparazione e pianificazione della carriera, il mantenimento di un’efficiente funzionalità e la conservazione della salute della voce, L’arte di cantare si presenta come un manuale completo e approfondito dedicato a tutti gli appassionati, gli studenti e i professionisti del canto, scritto in uno stile estremamente colloquiale e scorrevole, che coniuga alla semplicità di esposizione una profonda padronanza della materia.

J. Mauceri,

A lezione dai Maestri. Arte, alchimia e quotidianità della direzione d'orchestra

EDT
2019
pp.288

Dalla reale esperienza e dalla viva voce di uno dei grandi Maestri della scena internazionale, un compendio di tutto quello che c’è da dire e da sapere sul mestiere del direttore d’orchestra: quali studi deve fare, come si prepara, come prepara i suoi materiali, come si connette all’orchestra, quale tipo di vita effettivamente conduce, quali sono le grandi scelte, come funziona la tecnica del gesto, come si conducono le prove e moltissimo altro. Il tutto con un tono preciso, molto onesto, divertente e vagamente pettegolo (gli aneddoti sui colleghi del passato e del presente si sprecano). Un libro affascinante e utile per qualsiasi appassionato, e uno strumento di studio e di confronto prezioso per i futuri professionisti della musica.

L. Bernstein,

Lettere ai familiari. 1945-1990

Archinto
2019
pp.168

Questo libro raccoglie la parte dedicata alla corrispondenza familiare dell’imponente corpus di lettere, sterminato e variegato come pochi altri, lasciato da Leonard Bernstein. Si tratta di una sezione che occupa uno spazio relativamente esiguo, ma che è particolarmente significativa, poiché fornisce un sigillo di autenticità a quell’insieme di caratterizzazioni fatte di esuberanza, di stati di eccitazione, di voluttà nell’esibirli, che hanno costituito non solo la cifra del suo linguaggio gestuale direttoriale – e che in quanto tali hanno talvolta fatto discutere per la loro platealità ostentata – ma più in generale la spia indefettibile di un suo bisogno esistenziale, quello del comunicare. Traspaio no infatti da queste lettere l’amore per la vita, la sete di conoscenza, la curiosità insopprimibile, che vanno di pari passo con l’esigenza di farne partecipi, coinvolgendoli, i suoi interlocutori. La circostanza, non incidentale, che le lettere ai familiari coprano un arco temporale prevalente che è quello della prima maturità di Bernstein, caratterizzata dall’euforia per le implicazioni della sua attività di artista globe-trotter, non è priva di effetti sul tenore emotivo che ne traspare. Specialmente le lettere scritte dall’estero, nel corso di tournée spesso lunghissime, tradiscono infatti entusiasmi e trasporti che ai nostri occhi di veterani ormai saputi della globalizzazione possono a volte apparire eccessivi, ma sono perfettamente in linea con l’immagine del Bernstein direttore e del Bernstein pedagogo, come ci sono stati consegnati dalle memorabili lezioni di musica dei suoi Young People’s Concerts. Buona parte delle lettere contenute nel volume sono quelle scambiate con la moglie Felicia, toccanti testimonianze di una tormentata ma struggente storia d’amore.

V. Cassoni,

Zilia. Clara Schumann: la donna e i suoi Lieder

LIM
2018
pp.180

Dopo aver fugacemente incontrato Clara Schumann a Vienna in occasione di un concerto da lei tenuto presso l’Hoftheater nel 1854, così la definì la scrittrice inglese George Eliot (1819–1880), compagna dell’intellettuale George Henry Lewis, vecchio amico di Franz Liszt: «una creatura malinconica e interessante. Suo marito era impazzito un anno prima e lei doveva sostenere otto figli».

In questa definizione, breve e suggestiva, formulata da un artista la cui vita anticonvenzionale poco ha a che vedere con quella di una donna sobria e sempre ligia al dovere come fu Clara Schumann, ma la cui opera narrativa — al pari della carriera della musicista — contribuì a riscattare la produzione artistica femminile dallo spazio limitato del tentativo dilettantesco, la Eliot riassume efficacemente i tratti e gli aspetti fondamentali di quella che fu la vita di Clara Wieck Schumann: l’aspetto malinconico che la contraddistinse fin dall’infanzia anomala che visse, senza madre, senza giochi e totalmente dedita allo studio della musica; quell’atteggiamento interessante, che le conferiva il portamento sobrio e solenne di chi consacrò la propria vita all’arte al punto da essere definita dai più “Sacerdotessa”

Iudica G.,

Il musico fuggiasco,

Archinto,
2018
pp.136

Dopo Il principe dei musici e Orfeo barocco, dedicati a Gesualdo da Venosa e ad Alessandro Stradella, in questo nuovo libro Giovanni Iudica racconta l’avventura umana e artistica di Henry Desmarest, notevole compositore di musica sacra e profana, vissuto tra la seconda metà del Seicento e la prima metà del Settecento. Grazie alle splendide qualità vocali e a uno straordinario talento musicale, Desmarest ebbe la fortuna di entrare giovanissimo a far parte dei «paggi della musica» di Luigi XIV. Cresciuto all’ombra di Lully e del Re Sole, a stretto contatto con i più importanti compositori dell’epoca, divenne famoso per aver portato la forma dei Grands Motets ai suoi vertici e per aver creato, nel teatro musicale, il genere dell’Opéra-ballet. Ma Desmarest è anche protagonista di una appassionata e appassionante vicenda amorosa che lo spinse a compiere un delitto punibile con la pena di morte. Per questo dovette abbandonare la favolosa corte di Versailles, l’adorata Parigi e l’amata terra di Francia, gabbando coraggiosamente il suo re con una fuga che mise in ridicolo la polizia e tutto l’apparato della giustizia francese. Riparò prima a Bruxelles e poi alla corte di Spagna, trovando infine rifugio presso la raffinata corte di Lorena, dove creò la celebre Scuola di musica lorenese che ancora oggi si identifica con il suo nome.

Arciuli E.,

Il pianoforte di Leonard Bernstein

ETS
2018
pp.132

Leonard Bernstein è stato uno dei massimi direttori d’orchestra del Novecento.

Il suo talento, la sua prodigiosa comunicativa e la vastità dei suoi interessi hanno pochi confronti.

Bernstein è stato anche un grande compositore e – al di là del successo planetario di West Side Story – il suo catalogo è ricco di pagine di grande complessità.

Ma ci sono altri aspetti della sua personalità senza i quali non potremmo definirne compiutamente il profilo artistico. In particolare la passione per il pianoforte, nata sin da ragazzino, e rimasta costante per l’intera sua vita.

Questo libro racconta, appunto, il rapporto, complesso, di Bernstein col pianoforte. Partendo dagli esordi e spingendosi agli anni della maturità.

Nella prima parte del volume si prende in esame la produzione di Bernstein per pianoforte solo e per pianoforte e orchestra, con alcuni accenni alle sue registrazioni come pianista, non trascurando preziose informazioni di carattere biografico.

Nella seconda parte, invece, trovano spazio otto conversazioni con pianisti, compositori, direttori d’orchestra, musicologi di assoluto prestigio, tutti in qualche modo legati a Bernstein, per averne eseguito le musiche, per averlo conosciuto personalmente, o per aver studiato la sua figura di musicista.

Nel centenario della nascita di Leonard Bernstein, questo libro fa luce, insomma, su un aspetto meno conosciuto ma assai interessante e significativo della sua figura artistica.

C. Kühn,

Lo studio dell'analisi musicale

LIM
2018
pp.273

Una partitura e il cannocchiale di Galileo… per scrutare la musica. Sì, lo stesso strumento che servì a Galileo per dimostrare che il cosmo funzionava diversamente da come le leggi dell’astronomia dell’epoca stabilivano. È tempo che anche l’analisi musicale si avvalga di quel cannocchiale: un cannocchiale per l’occhio per l’orecchio e per la mente. Perché «le categorie sono utili laddove funzionano. Ma sono ancor più utili laddove falliscono: in quei casi si palesa l’individualità di un linguaggio». Perché l’analisi musicale di solito si occupa di com’è fatta l’opera, ma il suo compito più ambizioso, spesso eluso, è indagarne l’essenza: è di «che cos’è l’opera che questo libro si occupa». Perché «ascoltare può davvero riservare sorprese. La lettura corre piuttosto il rischio – avendo sempre davanti a sé l’insieme – di livellare le emozioni della musica e di mettere le cose ‘correttamente’ in ordine senza altre preoccupazioni. Un pezzo da analizzare dovrebbe pertanto, in primo luogo essere solo ascoltato, senza partitura in mano.» Perché «le teorie elargiscono orientamenti e criteri. Ciò paralizza l’analisi (in un certo senso la defrauda dell’avventura e del rischio del naufragio), poiché predetermina, laddove dovrebbe ricercare. E a questo si aggiunge il pericolo di trincerarsi talmente nella teoria, che essa stessa diventi l’oggetto assumendo una posizione autoreferenziale rispetto alla musica. Quanto alla musica, è evidente il pericolo di ridurre le opere a esempi a sostegno di un determinato orientamento teorico. Ma è la musica in sé che non si deve smarrire, utilizzandola come pezza d’appoggio o come materiale d’uso per i sistemi: ciò non sarebbe, infatti, funzionale alla conoscenza della musica, ma alla pretestuosa conferma di una teoria.» Prima di ogni esercizio di analisi, la progressione insistentemente indicata – quasi come una prescrizione medica – è ascoltare (suonare, cantare), infine analizzare il testo musicale scritto e, solo dopo aver formulato delle proprie personali ipotesti, leggere i commenti analitici proposti dall’autore. Dalla prima all’ultima pagina di questo libro Clemens Kühn ci obbliga a ricordare che il confine semantico fra leggere, suonare, analizzare e interpretare non è mai netto, ma sempre poroso e che separare meccanicamente tali momenti, come spesso avviene nella didattica accademica, costituisca una pratica tanto faticosa quanto inutile, quando non porti addirittura fuori strada. La pagina scritta è una maschera e come ogni maschera nasconde, dissimula e a un tempo rivela. «La grande arte non si schiude mai del tutto nemmeno di fronte all’analisi. Ma in questo consiste il fascino della sua sfida. Cuore e mente si sentono così incessantemente spronati ad affrontarla con mezzi nuovi e migliori. Ciò che non presenta più alcun enigma cessa di suscitare interesse».

A. Morelli

Teatro della vista e dell'udito. La musica e i suoi luoghi nell’età moderna

LIM
217
pp.113

In tempi recenti i rapporti fra musica e architettura — tralasciando le ormai usurate visioni simboliche, metaforiche, numerologiche, mistiche e strutturali — sono stati indagati in una più concreta prospettiva storica, attraverso lo studio dei nessi intercorrenti fra spazi architettonici e pratiche musicali. Il libro offre una sintesi delle ricerche condotte dall’autore su queste tematiche, articolate in quattro capitoli dedicati rispettivamente alle trasformazioni dell’architettura ecclesiastica in rapporto alla musica; ai luoghi della musica nei palazzi nobiliari romani del Seicento; alla musica policorale nello spazio architettonico; alla cappella Sistina e al cerimoniale papale in rapporto alle pratiche musicali e al repertorio della Cappella Pontificia. La riflessione sugli spazi architettonici e sugli eventi musicali che vi avevano luogo contribuisce a illuminare le trasformazioni della musica nella prima età moderna, proponendo un diverso punto di vista sulla questione dei generi e delle forme, altrimenti classificati fin qui secondo criteri sostanzialmente ereditati dalla musicologia ottocentesca.

G. Bietti.,

Lo spartito del mondo. Breve storia del dialogo tra culture in musica,

Laterza
2018
pp.192

La storia multiculturale degli ultimi cinquecento anni in musica: dall’opera al jazz afroamericano, dalla Suite alla world music, lo straordinario potere di questa lingua universale di attraversare lo spazio e il tempo e far dialogare culture lontane. Giovanni Bietti ci accompagna, pagina dopo pagina, in un viaggio in quella sorta di lingua cosmopolita che è la musica: una lingua capace di mescolare, intrecciare, fondere le diverse tradizioni a qualsiasi latitudine. Da Orlando di Lasso agli ideali pacifisti e universali che hanno ispirato musicisti settecenteschi come François Couperin, ottocenteschi come Beethoven o novecenteschi come Béla Bartók, fino alle sperimentazioni contemporanee che coinvolgono le culture e le sonorità extraeuropee, la musica si rivela un mezzo di scoperta del mondo. Un modo per imparare a valorizzare le differenze, un’esperienza di sintesi e di arricchimento. Perché la musica può dirci molto su di noi, sugli altri, sul mondo.

G. Satragni,

Il Parsifal di Wagner. Testo, musica, teologia

EDT
2017
pp.224

Si è spesso discusso circa la religiosità del capolavoro estremo di Richard Wagner, Parsifal, un aspetto a volte condiviso, a volte rifiutato: di fronte a letture anche profondamente divergenti sia nell’ambito degli studi sia in palcoscenico e nella molteplicità di visioni spesso intellettuali e speculative, è opportuno interrogare da capo l’opera d’arte individuando le sue radici autentiche.

Questo libro mira a fondere l’analisi testuale con quella della musica, cercando di capire in che modo Richard Wagner, scrivendo un dramma musicale che tratta della redenzione, l'esprima non soltanto in termini verbali e di trama, ma attraverso l’uso dei motivi conduttori, dell’armonia e dell’arte orchestrale.

Elio, F. Micheli

L’opera è polvere da sparo,

RIZZOLI,
2017
pp.220

Che idea avete dell’opera lirica? Vi sembra una vecchia nonna, acciaccata, che abita in una casa cadente e piena di polvere? Aprite questo libro e salterete in aria. Altro che polvere. Semmai è polvere da sparo! Pensateci: ancora oggi, dopo un paio di secoli di successi, l’opera continua a essere lo spettacolo dal vivo più diffuso al mondo ed è grazie a essa se, dappertutto sul pianeta, si parla la nostra lingua. L’Italia, per il resto povera di materie prime, detiene infatti un immenso giacimento aureo di musica e teatro. Solo che noi italiani, spesso, ci dimentichiamo di averlo. Elio – musicista originale ed eclettico – e Francesco Micheli – regista d’opera di formazione classica – hanno incontrato in modi molto diversi Nostra Signora Opera ma entrambi se ne sono innamorati alla follia. È per questo che, trascinati dalle arie, conquistati da protagonisti come Rigoletto, Tosca o Norma, da vicende irresistibili quali quelle del Barbiere di Siviglia o dell’Elisir d’amore e dalle stesse vite dei compositori, hanno deciso di richiamare fra noi i Favolosi 5 – Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e Puccini – con una serie di funambolesche sedute spiritiche. Ne è nato questo libro che è...

B. Moynahan,

Sinfonia di Leningrado

Il Saggiatore
2017
pp.545Q

Sabato 9 agosto 1942. La Sala concerti della Filarmonica di Leningrado trabocca di gente. Nonostante il caldo, gli orchestrali indossano molti strati di vestiti: tremano per la fame, quella che li ha fatti svenire durante le prove, che li sta facendo scomparire dentro giacche e pantaloni. Arriva il direttore: scheletrico nel suo frac, somiglia a uno spaventapasseri. Verrebbe da chiedersi quanta energia resti ai concertisti. Poi, però, attacca la musica.

Leningrado era sotto assedio dal 14 settembre 1941, quando i nazisti avevano tagliato l’ultima via di terra per uscire dalla città. Gli stenti e il gelo avevano decimato la popolazione, spingendola a gesti disperati, a volte perfino al cannibalismo. I cannoni tedeschi facevano fuoco ininterrottamente. Ma un contrattacco sovietico li ha costretti al silenzio per un breve periodo, sufficiente perché la Settima Sinfonia di Dmitrij Šostakovič venisse eseguita.

Quella partitura doveva raggiungere la città a ogni costo: un aereo speciale sorvolò Leningrado assediata e fece cadere dal cielo gli spartiti. La Settima venne suonata nella Sala della Filarmonica e, dagli altoparlanti collocati ovunque in città, i tedeschi furono obbligati a sentire che, nonostante tutto, la vita continuava a pulsare. Poi la Sinfonia divenne l’inno internazionale della lotta contro il nazismo; e tuttora è ritenuta il capolavoro di uno dei più grandi compositori del xx secolo: dal primo movimento – scritto da Šostakovič sotto una pioggia di bombe –, con il celeberrimo «tema dell’invasione» e il crescendo di tamburi rullanti, al finale, con le sue melodie festose e trionfali, rappresenta la liberazione non solo dei cittadini di Leningrado, ma di qualunque popolo che tenta di resistere alle iniquità della guerra e dei regimi totalitari.

In Sinfonia di Leningrado Brian Moynahan restituisce un quadro nitido della città russa vessata da Stalin, ridotta alla fame da Hitler ed eternata da Šostakovič. Con la tensione drammatica di un romanzo dostoevskijano e uno stile coinvolgente e pittorico, da affresco in parole, Moynahan racconta un’impresa compiuta collettivamente da una città intera, una città morente che ha saputo risorgere, dimostrando a tutto il mondo che resistenza e musica, arte e libertà sono componenti inscindibili nella storia umana.

Ramón Saiz-Pardo Hurtado

Le opportunità del tempo. Angelo De Santi e la Scuola Superiore di Musica Sacra

OLSCHKI
2017
pp.250

All’inizio del XX secolo la riforma liturgica ha trovato una duplice attuazione: nella pubblicazione del Motu proprio «Trale sollecitudini» (1903), punto di riferimento del Movimento liturgico, e, successivamente, nell’istituzione della Scuola Superiore di Musica Sacra (1911). Le due iniziative ebbero come comune ideatore Angelo De Santi, S.I. Egli aveva compreso che la musica liturgica nasce appunto dalla liturgia, e che il suo ‘modello’ è lo stesso Cristo, presente in essa.

Il volume prende le mosse dalla convocazione di De Santi a Roma da parte di Leone XIII che, nel 1887, chiamò il gesuita sue pubblicazioni attirarono positivamente l’attenzione di alcuni protagonisti della storia, come Giuseppe Sarto, futuro Pio X. Non mancarono, naturalmente, critiche e dissensi, che contribuirono, tuttavia, a ‘purificare’ le idee. Accurate ricerche negli archivi più pertinenti hanno reso possibile sia un nuovo e più approfondito approccio storicocritico al Motu proprio, sia uno studio più attento e ravvicinato della fondazione di una istituzione musicale unica, dedita ancora oggi a ritrovare i fondamenti liturgici, che sono alla base della musica liturgica.

S. Cappelletto

Le voci del violoncello

ETS
2017
pp.148

Con 2 CD-audio allegati

Le diverse “voci” che attraversano il libro sono quelle di chi al violoncello – meraviglioso inconfondibile strumento, caldo e sensuale – ha dedicato la propria vita: i musicisti che lo suonano, i liutai che lo costruiscono, i compositori che scrivono musica a lui destinata, gli artisti che lo hanno raccontato – da Fellini a Saramago, da Chagall a Woody Allen – e il pubblico che lo ascolta affascinato. Tante, autorevoli voci diverse per costruire assieme un percorso che, partendo da una rassegna di concerti organizzata dal Teatro Verdi di Pordenone nel 2016, vuole raccontare la storia e il fascino di uno degli strumenti più amati.

L. Ciammarughi

Le ultime Sonate di Schubert. Contesto, testo, interpretazione

LIM
2017
pp.318

Questo volume è dedicato al sublime trittico con cui Schubert chiude la sua produzione sonatistica. L’obiettivo dello studio è quello di dimostrare come le Sonate dell’ultimo anno di vita, ammantato abitualmente di un’aura di mistero ultraterreno, siano fortemente interconnesse al resto della produzione schubertiana: non si tratta di miracoli repentini di un uomo già proiettato in un ipotetico Aldilà, bensì della sintesi di un lungo e travagliato percorso terreno, che si esplica nelle Sonate in tutta la sua ricchezza emozionale; ma soprattutto osservare come le diverse Sonate siano intessute di rimandi, sia l’una con l’altra, formando un trittico unitario, sia in rapporto alla produzione liederistica.

Come nei Lieder, a cui diversi episodi delle Sonate sono legati in modo esplicito, il fatto musicale si fa simbolo anche nella produzione strumentale: anche senza espliciti riferimenti programmatici o spiegazioni da parte di un compositore notoriamente restio a parlare della propria opera, un motivo, un modello ritmico o semplicemente il particolare utilizzo di un registro divengono segnali e rimandi eloquenti per chi abbia confidenza con l’universo schubertiano.

Calabretto R.,

Luigi Nono e il cinema. «Un’arte di lotta e fedele alla verità»

LIM
2017
pp.530

Nono non è stato un compositore cinematografico, nel senso letterale del termine: non è, quindi, un ‘cinematografaro’, come tanti altri musicisti del secondo dopoguerra che al mondo delle immagini in movimento si sono dedicati come loro vocazione principale. Non è neppure un musicista che, saltuariamente, ha collaborato con qualche regista per determinati film. È piuttosto un compositore che ha concesso l’utilizzo della propria musica in determinati documentari; che ha dimostrato una grande competenza ogniqualvolta si è trovato a dover parlare di cinema; che ha pensato al cinema come possibile momento di ispirazione per la sua stessa musica; e che ha realizzato una traduzione musicale di un film da lui particolarmente amato, Sacrificio di Tarkovskij. Proprio seguendo questi percorsi cercheremo di tracciare il nostro iter, raccogliendo l’invito che Veniero Rizzardi lanciava in un suo Appunto in cui scriveva: «Eppure Nono e il cinema potrebbe essere un capitolo mancato nella sua biografia artistica, costellata, in questo senso, più che altro, da desiderata, ipotesi, tentativi, incertezze, e molti possibili».

Finocchiaro, F.

Modernismo musicale e cinema tedesco nel primo Novecento

LIM
2017
pp.213

Interrogare i rapporti tra il modernismo musicale e il cinema tedesco significa additare una via di ricerca non ortodossa: non una delle direttrici principali, certo, ma un sentiero finora poco esplorato. In realtà, i rappresentanti del modernismo musicale, da Alban Berg a Paul Hindemith, da Kurt Weill a Hanns Eisler, un rapporto con il cinema lo ebbero, eccome. Fu, sì, un rapporto complesso e contraddittorio, nel quale il cinema figura talora più come riferimento estetico che come realtà fattuale: in ogni caso, ricca di conseguenze fu la recezione in ambito musicale del linguaggio e dell’estetica del medium cinematografico. La scoperta del cinema assume in ciò la pregnanza e la coerenza di un vero e proprio paradigma estetico, che sostiene il progetto modernista nella sua intima essenza. Il confronto con il medium d’avanguardia per eccellenza rappresenta un vettore del modernismo musicale: un nuovo paradigma estetico per quel processo di travisamento volontario, di revisionismo creativo, quando non di deliberata sovversione della tradizione musicale classico-romantica, in cui si realizzò storicamente il “sogno dell’Alterità” della generazione modernista. Teoria e Pratica della Musica Italiana del Rinascimento

Dal Maso V. ,

Teoria e Pratica della Musica Italiana del Rinascimento

LIM
2017
pp.392

Questo libro è un lavoro di sintesi sulla trattatistica della musica italiana del Cinquecento. Frutto di numerosi anni di docenza, è destinato a studenti, studiosi, esecutori e a tutti coloro (direttori, compositori, teorici o semplici appassionati) che intendano comprendere principi e strutture portanti della musica del XVI secolo e riportarne le pagine a vita sonora. Suddiviso in otto ampi capitoli tra loro indipendenti, prendendo avvio da una rassegna delle fonti didattiche più rappresentative e dall’accezione di ‘musica’ e ‘musico’, percorre e dipana con ordine e metodo gli argomenti considerati dai teorici del tempo, ovvero: scrittura e lettura, solmisazione, mensura, proporzioni e proporzionalità, modalità, contrappunto a due, segni e situazioni particolari. L’ultimo capitolo prende in considerazione alcuni aspetti di prassi esecutiva che, data l’essenzialità della scrittura musicale, sono convenzionalmente sottintesi e, se integrati nell’esecuzione, permettono di rendere opportunamente in suono la pagina scritta. Il volume è corredato di tabelle sinottiche e diagrammi, di esempi musicali e relative trascrizioni in notazione moderna, di illustrazioni tratte dalle fonti di riferimento e disegni appositamente realizzati, che, con le numerose citazioni guidano il lettore a calarsi dapprima nel pensiero dei teorici e successivamente nella pratica musicale secondo modalità proprie dell’epoca.

V. Bellini,

Carteggi. Edizione critica a cura di Graziella Seminara,

Olschki,
2017
pp.622

La nuova edizione critica dei Carteggi di Vincenzo Bellini si propone a più di cinquant’anni di distanza da quella di Luisa Cambi e costituisce la prima ricostruzione integrale del corpus epistolare belliniano poiché affianca alle lettere del musicista quelle dei suoi corrispondenti.

L’edizione è stata realizzata sul modello dei più recenti contributi sugli epistolari ottocenteschi e ha richiesto un complesso approccio interdisciplinare, fondato sull’intersezione delle imprescindibili competenze musicologiche con l’acquisizione dei metodi della filologia e della ricerca storica. Condotta sulla base di criteri scientificamente aggiornati, la ricostruzione della corrispondenza belliniana ha permesso da un lato un’inedita indagine sulla specificità della scrittura di Bellini in rapporto alla ‘grammatica epistolare’ dell’Ottocento, dall’altro una più approfondita conoscenza della rete di relazioni del compositore di Catania, del suo percorso artistico e intellettuale e del suo lavoro compositivo.

G. Accornero, L. Bergamelli, E. Segato, V. Valente

Il suono vivo. Storia, composizione, interpretazione

ETS
2016
pp.208

I saggi raccolti in questo Quaderno spaziano in ambiti diversi, mostrando la varietà e la ricchezza della ricerca svolta nel Conservatorio di Milano. Giulia Accornero affronta la fenomenologia musicale di Sergiu Celibidache, uno dei più grandi direttori d’orchestra del Novecento. Laddove vi è pensiero, la dimensione musicale è già esclusa: per questo egli rinuncia a scrivere un manuale di definizioni o regole, spendendo la sua esistenza a lavorare, instancabilmente, a contatto con il suono vivo. Ljuba Bergamelli ci parla della voce del cantante, partendo dalla sua esperienza di esecutrice di musica sperimentale. Edoardo Segato analizza l’opera di Salvatore Sciarrino Perseo e Andromeda, scavando nella musica per far emergere la rete dei significati evocati dall’autore. Valentina Valente esamina le ariette per canto e chitarra contenute in un manoscritto del Fondo Noseda della nostra Biblioteca. L’approccio interdisciplinare attiva molteplici percorsi di ricerca: sulla circolazione delle opere e dei cantanti nei teatri di tutta Europa in epoca napoleonica, sulla migrazione di arie e ariette da un’opera all’altra, sui costumi teatrali e sul consumo della musica in ambito concertistico e domestico.

G. Mahler

Caro collega

Il Saggiatore
2017
pp.500

Prezioso epistolario a una voce, Caro collega custodisce le lettere che Gustav Mahler inviò, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, a personalità come Bruckner, Dvořák, Strauss, Busoni, Schönberg, Walter, Bülow e Cosima Wagner. Sono lettere intense, che costantemente fondono vita e arte, preoccupazioni professionali e riflessioni estetiche, e che hanno il dono prodigioso di far rivivere al lettore la storia di uno dei musicisti che più hanno segnato la contemporaneità e di proiettarlo nell’articolata vita musicale della colta élite mitteleuropea di fine Ottocento.

In questa corrispondenza, che si estende dagli anni dell’apprendistato fino al grande successo americano della Metropolitan Opera House, si sente vibrare la voce di Mahler: velata di timidezza ma pregna del più sincero entusiasmo nei primi anni di carriera, quando ventenne si presenta al mondo della musica, si fa di lettera in lettera sempre più sicura nel gestire i continui problemi e imprevisti che un affermato direttore d’orchestra deve affrontare: dalla scelta dei cantanti ai rapporti con i colleghi, dalla richiesta di consigli e informazioni alle relazioni con istituzioni, giornalisti e mecenati.

Accompagnate da un rigoroso apparato critico che restituisce il substrato di uno dei periodi più fecondi della storia della musica, queste lettere avvincono per la forza con cui da ogni riga traspaiono, inconfondibili, il garbo dell’intellettuale, la passione del direttore d’orchestra, l’intraprendenza del direttore di teatro e soprattutto la grandezza poliedrica del compositore, che nemmeno di fronte alle pur pressanti esigenze economiche impostegli dal suo ruolo viene meno alla fedeltà all’arte e al genio dell’ispirazione che sempre lo contraddistinse.

E. Giudici,

Il Settecento

Il Saggiatore
2016
pp.823

Don Giovanni spacciatore a Harlem. La Contessa d’Almaviva che lascia intendere il suo suicidio, privando Le nozze di Figaro del suo lieto fine.

Un teatro d’opera vivo, che parla a noi, qui e ora: è questo il grande obiettivo a cui sempre più registi si rivolgono, decisi a restituire al melodramma il ruolo che è sempre stato suo, quello di interprete privilegiato della contemporaneità. E il Settecento, il secolo di Wolfgang Amadeus Mozart, un secolo di balli di corte e rivoluzioni, è una lente formidabile per osservare relazioni personali, giochi di potere privati e pubblici, amori e odi. Ieri come oggi.

Riposte in soffitta le parrucche incipriate, le galanterie, l’eleganza anglo-viennese che avevano paralizzato l’opera fino agli anni ottanta, anche Mozart rivive. Ce lo ha dimostrato Peter Sellars, con il suo Don Giovanni newyorkese, scoprendo tutta la violenza che soggiace a questo capolavoro e alla nostra umanità. E ce lo hanno dimostrato Le nozze di Damiano Michieletto, dove la Contessa, dopo aver risposto con grazia al Conte che le chiede perdono per l’ennesimo cedimento, sorride a se stessa con dolcezza infinita, disperata, straziante, e comprende che quel bene supremo che è l’amore forse non esiste. Un’immagine in cui struggimento, sensualità, melanconia, dolcezza, rimpianto si fondono in suprema poesia. Quella poesia che è l’autentico linguaggio mozartiano.

Persuaso che il teatro sia un’arte imprescindibile per comprendere il mondo in cui viviamo e, in ultima analisi, noi stessi, Elvio Giudici instaura un dialogo serrato con il lettore: lo guida sui più grandi palcoscenici del mondo; lo porta dietro le quinte per interrogare le scelte di registi, cantanti, direttori, tecnici; e gli affida questo volume – il secondo di una monumentale storia dell’opera lirica –, in cui, con la passione caparbia e l’eleganza che da sempre sono i suoi tratti più riconoscibili, racconta come l’opera del Settecento possa trasformarsi, non diversamente dal teatro classico o da quello elisabettiano, in specchio universale dell’umanità.

M. Ruffini,

Luigi Dallapiccola e le arti figurative

Marsilio
2016
pp.696

Luigi Dallapiccola è uno dei più grandi compositori del Novecento: la sua è stata una figura guida per tutta una generazione, da Luigi Nono e Luciano Berio, fino ai compositori americani ed europei. In lui si fondono il rigore del sistema dodecafonico e il recupero dei massimi valori della tradizione musicale e umanistica italiana.

È, a tutti gli effetti, uno dei quattro padri della dodecafonia, insieme a Schönberg, Berg e Webern. Nato a Pisino d’Istria il 3 febbraio 1904 e morto a Firenze il 19 febbraio 1975, Dallapiccola vive in prima persona le sofferenze legate alle due guerre mondiali: nel corso della prima subisce l’internamento a Graz con la famiglia, nel corso della seconda deve sopportare le persecuzioni razziali contro la moglie Laura Coen Luzzatto. Tradurrà in opera d’arte i grandi drammi vissuti personalmente. Il suo percorso dodecafonico, intriso d’una profonda ricerca spirituale, si svolge nel segno di una importante produzione teatrale, con due opere in un atto (Volo di notte e Il Prigioniero), un balletto (Marsia), una sacra rappresentazione (Job), e infine Ulisse, che racchiude il suo magistero musicale e spirituale. Dallapiccola è legato, sin dal suo arrivo a Firenze, al Conservatorio “Luigi Cherubini”, in cui fu allievo negli anni 1923-1932 e docente dal 1934 al 1967. Particolarmente intenso anche il suo rapporto con il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino dove, dalla prima edizione del 1933, i suoi lavori sono presenti in ogni stagione, quasi senza interruzione, fino al 1996.

Dopo la sua morte sono stati costituiti a Firenze due “Fondi Dallapiccola”, all’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux e alla Biblioteca Nazionale Centrale. Oggi, a oltre cento anni dalla nascita, la sua musica è universalmente riconosciuta come una delle pietre miliari del Novecento.

A. Berg, T. W. Adorno,

Sii fedele,

Archinto,
2016
pp.320

Sei treu, sii fedele! sussurra Alberich a Hagen nella I scena del II atto del Crepuscolo degli dei, e Berg in una cartolina aveva mandato a Adorno il passo con il monito, citando però la musica senza le parole, e mettendo in imbarazzo il giovane allievo che tardò a riconoscerla. Fedele Adorno fu davvero, anche dopo la morte di Berg: fedele innanzi tutto all’intuizione che lo aveva spinto nel 1925 a sceglierlo come insegnante di composizione, essendo fin da allora (prima del successo del Wozzeck) ben consapevole della straordinaria grandezza del compositore viennese. Berg fu per Adorno il punto di riferimento negli anni della più intensa vocazione di compositore; il giovane Adorno fu per Berg un intellettuale capace di riconoscere e divulgare la grandezza dei protagonisti della Scuola di Vienna e un musicista dotato di autentico talento compositivo.

L. Lockwood,

Le Sinfonie di Beethoven. Una visione artistica,

EDT,
2016
pp.256

Le fasi preparatorie, gli studi, gli abbozzi, i processi creativi, il contesto storico e culturale in cui si è sviluppato il progetto sinfonico di Beethoven.

Una lettura inedita e vitale, in grado di illustrare con mano sicura l’unità e la profondità di un grande progetto sinfonico complessivo a cui Beethoven lavorò nel corso della propria intera vita.

P. Gallarati,

Verdi ritrovato,m

Il Saggiatore,
2016
pp.587

Rigoletto, Il trovatore e La traviata sono le opere di Verdi più eseguite e amate dal pubblico: la loro modernità appare intramontabile. Ma sono anche state le più soggette ai rovesci della fortuna critica. Negli ultimi quarant’anni la ricezione del teatro verdiano si è trasformata: sono cambiate le modalità esecutive, il gusto della recitazione e degli allestimenti scenici, i criteri editoriali, le preferenze del pubblico. Molti studi hanno gettato nuova luce sulle caratteristiche formali del melodramma di Verdi, sui suoi rapporti con la musica, il teatro, la letteratura, l’arte, la società e la cultura romantica. Sin dall’inizio, una cattiva tradizione esecutiva aveva deformato le sue partiture, con dichiarato disappunto del musicista. Ma lo scrupolo filologico di Toscanini e dei direttori di formazione sinfonica cresciuti nel secondo Novecento – preoccupati sempre più di eseguire, come voleva Verdi, «semplicemente ed esattamente quello che è scritto» – ha contribuito alla riscoperta della sua arte.

Verdi ritrovato nasce allora dall’esigenza di una verifica. Paolo Gallarati traccia un profilo storico dell’interpretazione verdiana e descrive il laboratorio in cui l’artista si è procurato gli strumenti stilistici ed estetici che, grazie alla decisiva influenza del teatro di parola parigino, gli sarebbero serviti per comporre la trilogia e rinnovare il melodramma italiano nel senso della sobrietà e della naturalezza evitando enfasi ed esagerazioni, e proibendo di cantare «con troppo accento e troppo melodrammaticamente».

Atto per atto, scena per scena, Gallarati mette in rilievo affinità, differenze, caratteristiche di Rigoletto, Il trovatore e La traviata: lo scopo è comprendere la complessità e la varietà dei progetti di Verdi, riscoprire la profondità dei suoi personaggi, cogliere e godere la bellezza delle tre partiture che sconvolsero le attese del pubblico ottocentesco con la novità e l’originalità di soggetti «arditi all’estremo punto», incarnati nella musica con una forza espressiva che pone la trilogia popolare tra i massimi capolavori del teatro di tutti i tempi.

A. Cazzato,

La lanterna magica. Percorsi tra Musica e Letteratura da Euripide a Stravinskij,

ZECCHINI EDITORE,
2016
pp.148

I capitoli contenuti nel presente volume affrontano, in vari aspetti e in diverse prospettive, i rapporti tra musica e letteratura. In trentacinque brevi percorsi — che spaziano dalla letteratura moderna europea ai miti dell’antichità attraversando satira e follia, fantasmagorie barocche e rime d’amore, cosmogonie platoniche e allegorie, ricezioni letterarie e paesaggi sonori — si vuole offrire un possibile approccio interdisciplinare a quell’artefatto estremamente complesso qual è l’integrazione di musica e parola. Le interferenze tra le due arti sorelle si presentano in varie forme: come musicalità della parola poetica, come profondo interesse di un particolare scrittore per un determinato compositore (e viceversa), come corrispondenze, richiami, analogie, parallelismi nella produzione di romanzi, saggi, opere musicali. Ma sono tutte molteplici sfaccettature di un fecondo rapporto che ha prodotto, in ogni epoca, opere straordinarie. Molteplici sfaccettature di giochi di ombre di una “lanterna magica” capace, come nel Werther di Goethe, di proiettare, su bianche anonime pareti, immagini variopinte, illusioni ottiche di Arte e di Vita.

A. Boghetich

Tristan e Isolde. Il canto della notte

ZECCHINI EDITORE,
2016
pp.202

Tristan und Isolde non è solo il “monumento al meraviglioso sogno dell’amore” che Wagner volle erigere nel vento magico dei mitici paesaggi nordici: è apoteosi lirica, opera introspettiva e metafisica, un grandioso canto di amore e morte, il testamento spirituale del Romanticismo. Attraversa il pensiero orientale, la filosofia di Schopenhauer, la lirica mistica di Hafez e le visioni oniriche di Novalis, la storia medievale e l’antico poema di Gottfried von Straßburg, che Wagner riuscì a tingere di colori romantici sotto l’egida di Mathilde Wesendonk, musa, mecenate e amante spirituale, con la quale condivise le più intense affinità elettive. “Conoscere e comprendere quella musica — scriverà Thomas Mann — vuol dire ammirarla senza limiti”. Con attenta indagine storico-biografica l’autrice ricostruisce la genesi del Tristan und Isolde, ne approfondisce gli aspetti musicali e letterari, ripercorre la trasformazione umana e artistica del compositore, dal rivoluzionario creatore dei personaggi di Der Ring des Nibelungen al maturo artista, filosofo della redenzione, che dalle ceneri di quegli stessi antichi eroi fece germinare Parsifal e la palingenesi di una rinnovata umanità.

P. Rattalino,

Liszt Pianista. Tecnica e ideologia,

Zecchini,
2016
pp.156

Del pianista Liszt si è parlato e si parla molto spesso, rilevandone le straordinarie doti, lo straordinario successo, la straordinaria invenzione del recital che ha arricchito e modificato il panorama della vita musicale, la straordinaria costellazione dei suoi allievi. Ma il Liszt pianista non è in realtà monolitico, come non lo è il compositore, la sua evoluzione fu molto profonda e lo portò di volta in volta su posizioni ideologiche e culturali che, pur nella fondamentale coerenza della loro successione, sono in contrasto l’una con l’altra. Dopo un breve capitolo introduttivo l’Autore fissa e analizza in quattro tappe il cammino di Liszt: la fase Biedermeier, la fase rivoluzionaria, la fase illuministica, la fase visionaria. Mancando del tutto i documenti storici dell’arte sonora di Liszt non è possibile raggiungere alcun risultato critico accertabile e accertato e verificabile dal lettore. Ma l’insieme delle testimonianze storiche indirette permette di giungere all’ipotesi che Liszt sia stato il maggiore fra gli artisti che si sono dedicati alla tastiera del pianoforte e che la sua ideologia rivoluzionaria, attenuata da lui stesso e successivamente corretta o, per meglio dire, deviata dai suoi successori, presenti germi ancora vitali che potranno essere ripresi e sviluppati. In definitiva, la tesi di fondo del volume è che il pensiero di Liszt non appartenga solo alla storia ma anche all’attualità e che, in quanto tale, possa ridiventare operativo.

A. Elder.

Robert Schumann,

LIM
2016
pp.120

Se Robert Schumann avesse obbedito alle sollecitazioni della madre e intrapreso una professione utile – già infatti si era invischiato nello studio della giurisprudenza – , avrebbe privato la storia della musica di uno dei più importanti compositori romantici. Ma così possiamo godere, per esempio, delle sue Kinderszenen o dell’Album für die Jugend, di un ciclo liederistico quale la Dichterliebe o delle sue sinfonie, fra cui la Frühlingssymphonie, e di molte altre composizioni straordinariamente belle uscite dalla sua penna. Arnfried Edler narra in questo volume la vita di Schumann dagli inizi (8 giugno 1810) – figlio di un libraio che gli trasmise l’entusiasmo per la letteratura romantica – fino alla morte assolutamente prematura (29 luglio 1856). Qui sono lumeggiati lo sviluppo personale di Schumann, il suo matrimonio con Clara Wieck e soprattutto la storia della sua creatività come compositore, critico musicale e scrittore di musica.

Nono L., Ungaretti G.,

Per un sospeso fuoco. Lettere 1950-1969,

Il Saggiatore
2016
pp.476

Un canto a due voci, unisono, sospeso. Un’amicizia intensa, sincera, sempre permeata dal desiderio della ricerca e del confronto. Queste le testimonianze che soprattutto emergono dal carteggio tra Luigi Nono e Giuseppe Ungaretti. Una corrispondenza durata quasi vent’anni, dal 1950 al 1969, nata dal sogno di un giovane prodigio della scena musicale di conoscere il grande poeta, e diventata fin da subito l’occasione di un lungo e a tratti pervasivo rapporto.

Due spiriti affini, con personalità e vocazioni artistiche diverse, che avvertono la medesima urgenza: il raggiungimento dell’opera inaudita, della forma capace di manifestare appieno la coscienza creativa. Un sentire comune che vibra di lettera in lettera, e che porta a un confronto assiduo tra i due per la realizzazione di un nuovo teatro musicale, mentre Nono traspone i Cori di Didone ungarettiani, momento cruciale della corrispondenza. Accanto, e tutt’intorno, una profusione di incoraggiamenti, di plausi, di appuntamenti riusciti o mancati a causa delle vite private che premono, inesorabilmente, trascinandosi senza tregua gioie e dolori, successi e apprensioni familiari, che entrambi non esitano a condividere con l’altro.

Per un sospeso fuoco guida il lettore in questo straordinario percorso, sviscerando il tessuto epistolare in ogni sua fibra, interrogandone la carta, lo spessore, le correzioni, e ricostruendo, passo dopo passo, il macrocosmo collettivo e individuale all’interno del quale queste lettere si rincorrono. Attenzione filologica ai testi, e insieme frontalità e racconto appassionato: il volume non si ferma all’occasione epistolare, ma da questa procede diramandosi in molte direzioni, e offrendo, nelle due ampie sezioni che seguono al carteggio, testimonianze, lettere di Nono ad altri corrispondenti illustri, recensioni d’epoca, e un ricco repertorio di immagini, foto e manoscritti autografi. In questa coralità di voci e documenti originali, il canto si fa di pagina in pagina più alto, verticale, in sempre cristallina sospensione.

C. Faverzani,

Ginevra e il Cardinale. Libretti italiani da Salieri a Ponchielli

LIM
2015
pp.460

Il presente lavoro include ventun saggi sulla librettistica. Strutturato in quattro parti, studia l’operistica italiana tra Salieri e Ponchielli, e prende in considerazione le realizzazioni dei maggiori librettisti da fine Settecento a primo Novecento (Rossi, Schmidt, Tottola, Romanelli, Romani, Cammarano, Piave, Gilardoni, Golisciani, Illica) per la musica di Mayr, Paër, Manfroce, Orlandi, Pacini, Mercadante, Donizetti, Verdi e Franchetti. Mozart, Rossini, Bellini e Puccini vengono pure trattati indirettamente. L’analisi è condotta soprattutto nell’intento riabilitare il libretto d’opera, restituendogli il valore letterario adeguato, pur senza perdere di vista la forma eterogenea del melodramma (testo poetico, partitura musicale, rappresentazione drammatica, interpretazione canora, scenografia, costumistica).

Beacco E.,

Storia delle orchestre

Il Saggiatore
2015
pp.285

L’orchestra è un organismo complesso. Dai piccoli gruppi strumentali del Cinquecento alle molteplici ibridazioni che le vedono protagoniste nel nostro tempo, le orchestre si sono sviluppate, mutando, adattandosi ai corsi e ai ricorsi di un fluire storico, politico e spettacolare, tracciando una traiettoria artistica che ha più di un punto in comune con l’evoluzionismo darwiniano.

Enzo Beacco ricostruisce, in queste pagine che coniugano felicità di sintesi e profondità analitica, le tappe essenziali di questo percorso. Così, accanto alle star di oggi – i Berliner e i WienerPhilarmoniker, il Concertgebouw e la Chicago Symphony Orchestra, la Cleveland Orchestra e la London Symphony – convivono quelle realtà che, nella loro poliedricità, hanno contribuito a rendere popolare il repertorio sinfonico: dai primi complessi strumentali che intrattengono la nobiltà e il clero rinascimentali ai concerti che, nel Settecento di Bach e Händel, di Mozart e Haydn, estendono il piacere dell’ascolto alle borghesie cittadine, fino alla grande orchestra romantica che contagia tutti, grazie a Beethoven e Berlioz, a Wagner e Bruckner, a Mahler e Strauss. Grandi orchestre che pretendono grandi sale da concerto, quei templi che a Dresda, Berlino, Londra, Parigi, Milano, Roma, ma anche a New York, Chicago, Boston nel Novecento assisteranno al trionfo dei grandi direttori: Nikisch, Toscanini, Furtwängler, Karajan, Abbado, Muti.

Se l’orchestra è la chiave d’accesso alla musica assoluta – l’arte per eccellenza di Schopenhauer, la sola capace di evocare senza ricorrere alla parola, all’immagine, al movimento –, Storia delle orchestre è un libro fondamentale, che attraversa secoli, generi, registri, strumenti, tecniche di riproduzione, senza mai smarrire il filo di un racconto che è sinonimo di Occidente.

Questo libro nasce da un’idea sviluppata con l’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi in occasione della stagione sinfonica 2014-15.

John Eliot Gardiner

La musica nel castello del cielo. Un ritratto di Johann Sebastian Bach

Einaudi,
2015
pp.672

Johann Sebastian Bach è uno dei compositori piú enigmatici e complessi della storia della musica. Gardiner fin da giovanissimo ha eseguito e studiato l'opera di Bach e oggi è uno dei suoi piú rinomati interpreti. I frutti della sua lunga esperienza come direttore, si distillano in questo libro per farci comprendere e apprezzare non solo alcune delle piú importanti composizioni bachiane, ma anche tutto quanto è possibile oggi sapere sull'uomo che le scrisse.

Fournier-Facio G., a cura di,

Claudio Abbado. Ascoltare il silenzio

Il Saggiatore
2015
pp.334

Claudio Abbado ha giocato un ruolo centrale nella storia della musica contemporanea. Maestro indispensabile per intere generazioni di giovani musicisti, unico nella generosità con cui si avvicinava alla pratica della musica e alla conduzione – «La generosità arricchisce», era solito dire –, Abbado ha attraversato tempi e luoghi lasciando sempre tracce importanti: da Milano, dove fonda la Filarmonica della Scala, ai Wiener e ai Berliner Philharmoniker, fino a Lucerna, dove dà corpo al sogno di un’orchestra composta da grandi solisti e prime parti d’orchestra.

Claudio Abbado. Ascoltare il silenzio racconta la vita e la carriera del direttore attraverso interventi critici, lunghe interviste e commossi ricordi che lasciano affiorare l’immagine di un artista riservato ma dalla curiosità inesausta, illuminando al contempo l’uomo dietro la figura pubblica: l’ascoltatore attento che trapela dalle parole di Maurizio Pollini; la guida evocata con affetto da Riccardo Chailly; l’amico «enigmatico», inafferrabile eppure disponibilissimo, di cui scrive Bruno Ganz.

Presentato dal Saggiatore in un’edizione corredata da un’ampia selezione di fotografie e da una vasta discografia – strumento imprescindibile per studiosi e appassionati –, Ascoltare il silenzio intende essere un punto di riferimento sul lavoro di Claudio Abbado, dalle cui pagine emerge chiara una traiettoria umana, culturale e artistica che sarà d’esempio per le generazioni a venire.

R. Parker

Storia dell’opera,

EDT,
2014
pp.584

Finché avremo artisti disposti a sacrificarsi per realizzare le sue difficili glorie e teatri adatti allo scopo, l'opera continuerà a vivere e a raccontare le complessità dell'esperienza umana in un modo che non ha eguali nelle altre forme d'arte. Gli alberi nella sua vasta foresta sono davvero molto vecchi e maestosi. La loro bellezza e le ombre che gettano, immense.

Due dei migliori studiosi della scena mondiale raccontano gli ultimi quattrocento anni di storia teatrale e musicale, da Monteverdi a Thomas Adès.

Un libro pieno di idee, di esempi, di riferimenti inaspettati e di confronti con le altre arti e con il mondo dello spettacolo; non un semplice manuale, ma un testo da cui si impara moltissimo.

G. Bietti,

Mozart all'opera. Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte,

Laterza
2015
pp.320

«Mi basta sentir parlare di un’opera, essere in teatro, sentire i canti – oh, sono completamente fuori di me.»
Da questa inquietudine, che Mozart rivela in una lettera al padre, nascono la perfetta razionalità delle Nozze, il visionario miscuglio di generi del Don Giovanni, il taglio geometrico e sperimentale di Così fan tutte
. Con la guida di Giovanni Bietti, alla scoperta di tre capolavori, tre esempi della perfezione di un genio.

Sembrerebbe tutto semplice: un compositore sceglie un libretto e lo mette in musica, rivestendo le parole di note. Per Mozart è il contrario: vengono prima la musica, poi le parole. Perché per lui la poesia deve essere ‘figlia ubbidiente della musica’. È al compositore che spettano le scelte drammaturgiche, è la musica che deve determinare il ‘tono’, il ritmo, il senso stesso del dramma. E infatti nelle tre opere –

Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte – Mozart non si limita affatto a valorizzare gli ottimi libretti di Lorenzo Da Ponte. Scopre possibilità drammatiche latenti nelle pieghe del testo, lo reinterpreta, gli dà un senso nuovo attraverso la musica. Gli elementi della partitura interagiscono in modo miracoloso nel creare uno specifico colore, una perfetta atmosfera, un preciso ritmo drammatico. Con un linguaggio semplice e chiaro e l’aiuto di un gran numero di esempi musicali suonati e ‘raccontati’ dall’autore stesso nel cd allegato, Giovanni Bietti conduce alla scoperta delle caratteristiche drammatiche e musicali delle tre opere mozartiane. Scopriremo ad esempio perché il Don Giovanni – un’opera che comincia con un tentativo di stupro e un assassinio, e che finisce con la morte del protagonista – sia stato definito da Mozart un’opera buffa. Il senso c’è, ma non lo si capisce semplicemente dal testo: bisogna tendere l’orecchio alla musica, al suo linguaggio e alla sua stupefacente varietà.

P. Quignard

L’odio della musica,

EDT,
2015
pp.224

Il filosofo greco Teofrasto riteneva che il senso che apre più violentemente la porta alle passioni sia la percezione acustica: solo la musica è davvero lacerante per l’animo umano. Per Pascal Quignard il terrore e la musica sono inesorabilmente legati, e in un testo composto da dieci dense e poetiche riflessioni si interroga sulle relazioni che intercorrono tra musica e sofferenza sonora.

Sentire è essere toccato a distanza: chi ascolta non è un interlocutore, è una preda che si consegna alla trappola. Ulisse legato all’albero della sua nave è “assalito” dalla melodia: la musica è un amo che afferra le anime e le conduce verso l’inconoscibile primigenio, verso la morte. Ma la musica, in quanto potere, si associa a qualunque altro potere: è intrinsecamente iniqua e asimmetrica. Udito e obbedienza sono intimamente legati, e il fascismo ha saputo fare dell’altoparlante il suo strumento principale per spingere l’uomo verso la distruzione. Come sentire la musica, qualsiasi musica, senza obbedirle? Come “disincantare” l’essere umano?

L’espressione “odio della musica” vuole proprio indicare fino a che punto la musica può diventare detestabile per chi l’ha amata di più. Un classico su cui ogni appassionato del mondo sonoro dovrebbe fermarsi a riflettere.

E. Napolitano.

Debussy, la bellezza e il Novecento. “La Mer” e le “Images”

EDT
2015
pp.240

Nessuno più di Debussy ha affondato le radici della propria poetica in un mondo naturale pensato come genuino depositario di bellezza. Come luogo ideale a cui rivolgersi, si direbbe che la natura occupi per Debussy un posto simile a quello che la musica assume in Mallarmé: un mondo esemplare, libero dalla supremazia del logos, che ha conservato la capacità dell'espressione senza doversi sottomettere alla «tentazione di spiegarsi».

S. Richter, B. Monsaingeon,

Scritti e conversazioni

Laterza
2015
pp.579

Nel corso della sua lunga vita – interamente dedicata alla musica e all’arte, senza concessioni – Richter mantenne un riserbo caparbio non solo sulla propria vita privata, ma anche sulle proprie aspirazioni e sull’ideale musicale che lo muoveva. Fu però lo stesso Richter a chiedere al regista Bruno Monsaingeon di realizzare la sua biografia: al suo microfono, il musicista ha confidato i ricordi dell’infanzia e i primi passi della carriera pianistica, spiegato che cosa significasse essere un «artista del popolo» in Unione Sovietica e raccontato gli incontri con i migliori interpreti e compositori del suo tempo – Rostropovič , Natal’ja Gutman, Fischer-Dieskau da un lato, Šostakovič, Prokof’ev, Britten dall’altro. Raccolta pochi anni prima della morte di Richter, questa intervista fuori dall’ordinario apre uno spiraglio sulla sua vicenda biografica, mentre i diari musicali che costituiscono la seconda parte del volume rappresentano un’occasione unica per entrare nel dietro le quinte di un’elaborazione intellettuale e artistica fra le più anticonformiste e significative del Novecento, e fanno di Scritti e conversazioni l’opera definitiva su Svjatoslav Richter. Riempiti con una grafia fittissima nel corso di trent’anni, questi diciotto taccuini – qui pubblicati in esclusiva – raccolgono impressioni di opere e concerti, sensazioni mosse dall’ascolto di un disco o delle proprie incisioni, tutte annotate con precisione, ironia, lucidità, senza sconti per nessuno, e tanto meno per se stesso. Artista restio a qualsivoglia classificazione, personaggio instancabile dal fascino saturnino, Richter si impone sulla scena come uno dei più grandi pianisti mai vissuti, la cui storia è inestricabilmente legata a quella dell’Unione Sovietica e dell’Europa del Ventesimo secolo.

G. Satragni

Richard Strauss dietro la maschera. Gli ultimi anni

EDT
2015
pp.448

Ampia rilettura della biografia e del lascito musicale dell’ultimo Strauss che mette in luce quanto la sua estrema produzione destinata al teatro, solitamente ritenuta estranea ai tragici accadimenti storici contemporanei ed esempio di reticenza personale, nasconda in realtà una cifrata e profonda visione del mondo, dell’arte e della storia.

Frutto di un lavoro condotto anche all’interno dell’archivio di Villa Strauss a Garmisch – l’ultima residenza del compositore – su documenti originali e inediti, come pure nell’archivio dei Wiener Philharmoniker a Vienna, lo studio di Satragni mette finalmente dei punti fermi su alcuni degli aspetti più discussi della biografia e del pensiero musicale di Strauss, uno fra tutti il controverso rapporto con il nazismo. Quello che infine emerge con chiarezza è un profondo ritratto dell’“uomo Strauss” nella sua complessità di artista moderno e di protagonista in un secolo artisticamente ricchissimo quanto tragico e violento.

E. Durante – A. Martellotti

«Amorosa fenice». La vita, le rime e la fortuna in musica. Di Girolamo Casone da Oderzo (c. 1528-1592)

Olschki
2015
pp.482

Girolamo Casone, medico e professore di filosofia presso l’Università di Pavia, fu assai stimato come poeta dai contemporanei ma in séguito praticamente dimenticato; l’edizione delle sue rime, qui presentate secondo la cronologia della apparizione a stampa (tra il 1565 e il 1611), è occasione per riscoprire la sua importanza nella storia del madrigale.

Attraverso la fortuna che egli ebbe in campo musicale e seguendo le fila che lo legarono al mondo culturale della Milano spagnola, emerge una affollata galleria che – accanto a letterati, musici e artisti – raccoglie figure di spicco dell’ambiente politico, militare ed ecclesiastico. Attorno a queste si muove un mondo femminile che afferma la sua rilevanza culturale e sociale: poetesse, attrici, dame appassionate alle arti e protettrici di artisti, che si interessano di musica e la praticano in prima persona, che intrattengono scambî epistolari e contese letterarie; ragazze dotate, promosse e sostenute dall’ambizione dei padri; mogli esemplari lodate per la loro bellezza e onestà; signore meno esemplari che pagano con la morte i loro portamenti troppo liberi.

G. Seminara,

Lo sguardo obliquo . Il teatro musicale di Corghi e Saramago - Epistolario e testi letterari delle opere

LIM
2015
pp.466

In questo volume si ricostruisce la collaborazione tra lo scrittore portoghese José Saramago, premio Nobel per la letteratura, e il compositore italiano Azio Corghi, uno dei più poliedrici protagonisti del panorama musicale contemporaneo, attraverso il loro denso scambio epistolare, sviluppato nell’arco di un ventennio (1984-2004). L’epistolario non solo illumina un rapporto di grande intensità affettiva e intellettuale, ma permette di penetrare nei ‘laboratori’ privati dei due artisti e soprattutto restituisce il ruolo che la scoperta di Saramago ha svolto per la definizione della drammaturgia musicale di Corghi. Le puntuali introduzioni di Graziella Seminara consentono di seguire passo dopo passo il confronto tra lo scrittore e il musicista, che si è concluso all’inizio del muovo millennio con l’atto unico Il dissoluto assolto (2005). A conclusione del volume sono proposti i testi che il poeta e il compositore hanno concepito assieme e che sono alla base delle opere musicali incontrate nel corso di questo viaggio ideale: Blimunda, Divara, La morte di Lazzaro ,…sotto l’ombra che il bambino solleva, Cruci-verba, De paz e de guerra, Il dissoluto assolto.

A Sessa,

Il melodramma italiano (1901-1925) . Dizionario bio-bibliografico dei compositori,

Olschki,
2014
pp.102

Il volume fornisce un quadro del teatro musicale italiano tra il 1901 e il 1925, con particolare attenzione ai compositori ignorati da dizionari e repertori. Un periodo contraddistinto da un notevole eclettismo, nel quale nessuna delle numerose opere che ogni anno appaiono sulle scene, ad eccezione di quelle di Giacomo Puccini, riesce a conquistarsi una popolarità duratura, ma che nello stesso tempo presenta un’impressionante ricchezza di temi, stili e figure di considerevole rilevanza nella storia della musica italiana.

C. Boccadoro,

Musica cœlestis. Conversazioni con undici grandi della musica d'oggi,

Il saggiatore
2014
pp.2224

Per molti la musica classica contemporanea è qualcosa di estraneo e distante, quando poi viene definita «musica colta» è facile allontanarsene e giudicarla ostica. Ma può accadere anche il contrario: ciò che sembra ascoltabile, o addirittura piacevole, non viene considerato «musica classica» o viene escluso dal mondo accademico. Come è successo talvolta agli undici compositori che Carlo Boccadoro ha voluto intervistare, perché tutti – pubblico e critica – possano approfondirne la conoscenza. La loro musica entra nelle nostre orecchie ogni giorno, nascosta, miscelata: come colonna sonora di un film, base per un balletto, sottofondo di installazioni artistiche, protagonista di performance art. Sono grandi artisti gli artefici di questi rimbalzi sonori e silenzi intensi. Musica coelestis porta il lettore-ascoltatore nelle loro case, negli uffici, nelle camere d’albergo, per una chiacchierata informale, mai banale, alla scoperta di un mondo ricco di suoni, ispirazioni e idee, nel quale questi autori si raccontano liberamente, consegnandoci i loro autoritratti: Louis Andriessen prova antipatia per Wagner ed Elvis Presley, ma ama Stravinsky e Frank Zappa; Gavin Bryars preferisce comporre sotto pressione; Laurie Anderson vuole rischiare sempre, quasi spaventarsi di fronte a ogni nuovo lavoro. Si incontrano compositori che scrivono per comunicare e altri che emozionano senza volerlo, ripiegati su esercizi e sperimentazioni tecniche e sonore. Musica coelestis attiva tutti i sensi, fa venire voglia di ascoltare ogni pezzo citato e accompagna, pagina dopo pagina, sul ciglio di orizzonti sconosciuti. Su questo sito, dedicato al libro Musica coelestis, Boccadoro e l’ensemble Sentieri selvaggi danno un assaggio di questa «nuova musica» eseguendo un brano di ciascun compositore, per restituire la viva voce di undici grandi musicisti.

R. Malipiero,

Bach e Debussy,

Ricordi - LIM,
2015
pp.115

1948 è l’anno in cui Riccardo Malipero scrive questi suoi due studi su Bach e su Debussy che continuano a essere importanti e significativi, per come rileggono, riconducono al vero la musica e la vita di Debussy e di Bach finora sottoposte ad alterazioni non casuali. Ma appunto, Riccardo Malipiero, che già durante il fascismo aveva fatto la scelta anticonformistica della dodecafonia, subito dopo il 1945 ovvero l’anno dell’antifascismo culminato nella Liberazione che avvia il cambiamento di fondo della storia nazionale musicale compresa, condivide con la nuova musica italiana il bisogno di coniugare la riconcezione e rifondazione del fare musica con la riconduzione al vero della musica del passato finora sottoposto alla manipolazione dalla cultura dominante.

A. Zignani,

Claudio Abbado. Le opere e i giorni

ZECCHINI
2015
pp.266

Ritratto dell’ultimo umanista: un maestro in lotta contro la globalizzazione delle coscienze, questo profilo di Abbado traccia la parabola di una vita spesa nell’edificare orchestre, teatri, progetti e utopie. Lungo una vicenda che riassume in sé l’intera Europa musicale del Dopoguerra — dagli orizzonti ansiogeni della Guerra Fredda alle lotte sessantottine per l’uguaglianza sociale, fino all’attuale alienazione urbana dell’homo faber — il cammino interiore del direttore diventa il paradigma di una progressiva scissione tra presente e memoria: tra il “principio di piacere” e il senso profondo delle cose. Abbado attraversa questo collasso progressivo dell’Eufonia tra culture, lingue e destini sognata dalla musica dei suoi anni giovanili con una non rassegnata visionarietà: una purezza illuminata dal rifiuto di ogni limite; qualsiasi coercizione del tempo sulla volontà umana. Al centro del libro, le partiture continuamente ripensate, riproposte, dal maestro: una mappa di ciò che eravamo; un ideale di ciò che potremmo tornare a essere, qualora riscoprissimo la magica alchimia che legava, un tempo, mente e natura, microcosmo e macrocosmo. Ponendo la musica al centro delle arti e delle scienze, Abbado qui ci insegna l’unica risorsa che ci lasci sperare in una redenzione futura: quella curiosità intellettuale senza la quale l’arte è mera esecuzione del segno.

S. LOMBARDI VALLAURI,

Dodecafonia postseriale. Gilberto Cappelli e Federico Incardona,

Mimesis,
2013
pp.263

Recensione

P. Griffiths,

La musica del Novecento,

Einaudi
2014
pp.372

Il Novecento è stato per la musica un secolo di vertiginosa creatività nel quale si sono succeduti molteplici stili, tendenze e sensibilità. Molti sono i compositori che ne hanno piú volte ridisegnato i confini sonori: da Debussy e Stravinskij a Schönberg e Webern, da Cage e Stockhausen a Nono e Boulez, da Bartók a Xenakis e Ligeti, da Sostakovic a Pärt, da Ives a Glass; per giungere fino alle prospettive aperte dai compositori nostri contemporanei, che sempre piú dialogano non solo con la tradizione ma anche con le diversissime musiche del presente.

Verdi in prima pagina Nascita, sviluppo e affermazione di Verdi nella stampa italiana dal XIX al XXI secolo,

LIM,
2014
pp.485

Questa antologia, inizia con il 1842, all’indomani della rappresentazione di Nabucodonosor, e si conclude con il 2001, in corrispondenza delle celebrazioni del primo centenario della morte del compositore. Assai eterogenei per forma, impostazione e scopo, i testi sono legati dalla comune provenienza editoriale (giornali e riviste, sia musicali sia di informazione), originariamente concepiti per tale collocazione o, in pochi casi, a essa destinati in un secondo tempo. Comune è anche l’àmbito geografico e culturale, quello italiano, privilegiato per l’ovvia ragione che solo in Italia il nome di Verdi ha assunto una siffatta varietà e problematicità di connotazioni. La scelta finale è stata effettuata all’interno di un novero di circa trecento articoli, frutto di una prima selezione condotta su ogni genere di testata periodica entro i limiti geografici e cronologici suddetti: quotidiani e riviste di informazione, riviste culturali e riviste musicali. Il criterio che ha guidato la scelta dei testi – una volta verificata la loro compatibilità con i limiti di estensione del libro e la rispondenza del taglio all’intento divulgativo e didattico che lo ha ispirato – è stato il desiderio di rappresentare non solo la pluralità delle posizioni, ma anche la molteplicità delle voci che le hanno espresse. Il quadro che ne esce, volutamente discontinuo, credo sia sufficientemente indicativo dell’attenzione non episodica al fenomeno operistico, e al caso di Verdi in particolare, che in un così ampio lasso di tempo ha ispirato giornalisti, critici, studiosi e scrittori italiani della più varia provenienza e formazione

E. Baiano, M. Moiraghi,

Le Sonate di Domenico Scarlatti, Contesto, testo, interpretazione

LIM,
2014
pp.16

«La storia dell’interpretazione strumentale scarlattiana degli ultimi centocinquant’anni è una storia complessa e accidentata, ricca di sviluppi, evoluzioni, sorprendenti svolte, inattesi ritorni, bruschi cambi di direzione. Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la produzione sonatistica di Scarlatti non solo si è imposta definitivamente nei due differenti domini della didattica e del concertismo, ma si è anche rivelata – sotto il profilo interpretativo – nella sua irriducibile complessità. A poco a poco, inoltrandosi nel XX secolo, si sono manifestate notevoli divergenze e financo dispute fra interpretazioni di differente orientamento storico-stilistico, anche (ma non solo) in merito alla scelta dello strumento: il pianoforte o il clavicembalo, anzitutto, ma anche il fortepiano e, per alcuni casi isolati, l’organo e il clavicordo (e per le sole Sonate “melo-bass” anche il violino, la viola d’amore, il mandolino)». (M. Moiraghi)

S. Lombardi Vallauri,

Dodecafonia postseriale. Gilberto Cappelli e Federico Incardona,

Mimesis,
2013
pp.263

Dopo la furiosa razionalizzazione del serialismo integrale, intorno al 1960 la dodecafonia - tecnica di composizione il cui solo nome confonde e intimidisce il profano come l'esperto di musica tradizionale - pressoché si estingue. D'altronde Theodor W. Adorno - l'apostolo della scuola di Vienna ma al tempo stesso il critico più devastante dei suoi stessi maestri Arnold Schönberg, Alban Berg e Anton Webern - individuava già negli anni Quaranta le debolezze della dodecafonia classica. Ma negli anni Ottanta gli italiani Gilberto Cappelli e Federico Incardona riesumano il relitto, e concepiscono una dodecafonia - postseriale e postadorniana - totalmente rigenerata, un nuovo mezzo per intensificare il potere espressivo della musica. Di quest'essenziale tendenza contemporanea il volume svolge un'analisi tecnico-stilistica e generalmente umanistica, secondo il principio d'interrogare la musica nelle sue più vaste possibilità di senso.

M. Conati,

Piegare la nota. Contrappunto e dramma in Verdi,

Olschki
2014
pp.212

È tanto radicata in Verdi la concezione della musica come misura del dramma che egli sonda quanto più a fondo possibile le prerogative del linguaggio musicale per sfruttarne tutte le valenze drammaturgiche. Gli studi su alcuni dei suoi capolavori, Macbeth, Luisa Miller, Stiffelio, I Vespri siciliani, Simone Boccanegra, Aida, rivelano il genio di Verdi nello sfruttare le potenzialità drammatiche della musica attraverso la moltiplicazione e sovrapposizione dei luoghi dell’azione scenica.

RAIMO C.,

Quindici invenzioni a due voci di Johann Sebastian Bach. Suggerimenti per lo studio espressivo,

CLUEB
2014
pp.99

Bach è difficile? È severo) In verità, la concezione che Bach aveva della musica non è argomentabile a cuor leggero. Essa non è mai una specie di "gioco infantile", volto ad un effimero divertimento. Come fenomeno acustico composto da due parametri fondamentali, quali il ritmo e l'ampiezza intervallare, è di certo linguaggio universale, di tutti i tempi, passati, presenti e futuri. E - come già per Guido D'Arezzo nel Micrologus - è un oggetto comprensibile da uomini di ogni età e di ogni sesso. Tuttavia, la Musica è anche fenomeno sociale e politico, per cui resta impregnata di colori, dei profumi e delle idee prevalenti nelle situazioni storiche in cui è stata generata. Una tipologia significativa è costituita dai brani tastieristici qui esaminati, scritti da Bach per la gioventù.

Il libro nasce con l'intento di purificare tali composizioni bachiane dalle sedimentazioni culturali e sociali che vi si sono sovrapposte, riconducendole al loro splendore originario, proprio per i giovani per i quali innanzitutto vale il precetto "Nihil volitum nisi præcognitum".

C. Raimo,

Il pianoforte in Europa e a Napoli,

CLUEB
2014
pp.

Una mentalità anti-teutonica si è sforzata di salvare il pensiero musicale di Johann Sebastian Bach su strumenti impropri, con la specifica missione di tenere intatta la timbrica del pianoforte e la spiritualità dell’Autore.

Facendo leva su una innata predisposizione al canto degli allievi nati nel Mezzogiorno d’Italia, i maestri napoletani creano Metodi che salvano la timbrica pianistica, senza annullare la capacità espressiva del cantabile tastieristico. Ovverossia, proprio la naturale disposizione degli allievi è, per così dire, all’origine di una specie di innesto: “sentirai simultaneamente cantare e percuotere insieme”.

A.Brendel

Abbecedario di un pianista. Un libro di lettura per gli amanti del pianoforte

Adelphi
2014
pp.156

«Questo libro è il distillato di quanto ho da dire, in età avanzata, sulla musica, sui musicisti e su questioni relative alla mia professione» dichiara Alfred Brendel, che, scegliendo la forma dell'ab­be­cedario musicale – da “Accenti” a “Zarzuela per pianoforte solo” –, rivela ancora una volta la sua duplice natura di musicista e acuto saggista, oltre a confermare la sua predilezione per l'aforisma e il frammento. Chi lo conosce sa che nei suoi scritti profonde riflessioni sui problemi dell'inter­pre­ta­zione musicale si alternano a irresistibili aneddoti, considerazioni illuminanti sulla tecnica pianistica a testimonianze sui rapporti ora idilliaci ora burrascosi con direttori d'orchestra e cantanti: e questo vademecum lo conferma. Qui tutto ruota intorno al pianoforte, «mobile dai denti bianchi e neri» che sotto le mani dell'in­ter­prete diviene «luogo di metamorfosi», unico strumento che consenta di evocare «il canto della voce umana, il timbro di altri strumenti, l'orchestra, l'ar­cobaleno o l'armonia delle sfere». Gli appassionati troveranno dunque risposte originali agli interrogativi che il testo musicale pone all'in­ter­prete e suggerimenti anche inconsueti sulla costruzione del repertorio e sul significato della fedeltà esecutiva. Non­ché ritratti dei com­positori che hanno accompagnato la vita di Brendel: da Bach a Liszt, passando per Scarlatti, Mozart, Beethoven, Chopin, Schubert, Schumann e Brahms.

G. Carmassi, P. Ferrucci,

Dal silenzio la musica. Il pianoforte e la costruzione interiore del pezzo musicale,

ETS
2014
pp.204

Dialogando con Piero Ferrucci, il maestro Giovanni Carmassi illustra il nucleo essenziale della sua impostazione pianistica: prima di essere eseguito, il pezzo musicale deve essere ideato e costruito nella mente del musicista.

Questo libro è una guida per ogni musicista o aspirante tale per avere indicazioni di immediata utilità pratica. Grazie alla sua natura dialogica, rende espliciti concetti e accorgimenti che, magari scontati per un maestro, possono sfuggire all’allievo. Lo scopo ultimo è di mostrare quanto nell’esecuzione pianistica partecipi tutto l’essere: la mente e il cuore, la memoria e l’attenzione, la cultura e l’istinto, il corpo intero, il respiro.

E. Restagno,

Schönberg e Stravinsky. Storia di un'impossibile amicizia,

Il saggiatore
2014
pp.456

Nella loro vita non breve Schönberg e Stravinsky si incontrarono una sola volta, nel 1912, alla Krolloper di Berlino: fu uno scambio cordiale e pieno di stima, perché da una parte c’era Petruška e dall’altra il Pierrot lunaire, che qualche giorno dopo Igor avrebbe ascoltato alla Choralion Saal.

Passarono gli anni e i due divennero, sia pure con caratteristiche diverse, celebrità, ma non si incontrarono mai più. Si sfiorarono spesso, si intravidero da lontano, ma i contatti si ridussero a qualche dichiarazione un po’ maliziosa, amplificata dai giornali e trasformata in opposizione radicale da seguaci ed esegeti. Oggi la storia di questi due geniali musicisti, che in fondo si sono sempre apprezzati, merita di essere raccontata in maniera più oggettiva.

Le loro vicende si svolsero prima a Vienna, San Pietroburgo, Berlino, Parigi, poi a New York, Los Angeles, nel mondo intero. Su questi scenari antichi e moderni risuonano, come voci di un coro, le testimonianze di Richard Strauss, Busoni, Hofmannsthal, Kandinskij, Zweig, Rilke, Werfel, Thomas Mann, Rimskij-Korsakov, Diaghilev, Debussy, Picasso, Gide, Valery, Auden... Musica, pittura, architettura, poesia e meditazioni religiose si propagano fra queste pagine come echi profondi degli scenari dell’esilio, dell’impatto con nuove realtà sociali, delle persecuzioni razziali, della guerra.

A. Sessa,

Il melodramma italiano (1901-1925) dizionario bio-bibliograficodei compositori,

Olschki,
2014
pp.1012

Ai primi del Novecento per il melodramma italiano si apre una nuova stagione, inaugurata simbolicamente dalla morte di Giuseppe Verdi e accompagnata dal progressivo esaurirsi del fenomeno del verismo musicale. Se da un lato la produzione teatrale, contraddistinta da un notevole eclettismo, rimane comunque imponente, legittimando la definizione dell’Italia come paese del melodramma, dall’altro nessuna delle numerose opere che ogni anno appaiono sulle scene riesce a conquistarsi una popolarità duratura, ad eccezione di quelle di Giacomo Puccini, che con Turandot firma l’ultimo titolo entrato stabilmente in repertorio. Quello che va dall’inizio del XX secolo alla svolta autoritaria del fascismo è un periodo travagliato, non solo artisticamente, ma proprio per questo presenta un’impressionante ricchezza di temi, stili e figure che assumono una considerevole rilevanza nella storia della musica italiana. Il volume si propone di attraversare questo panorama complesso fornendo un quadro del teatro musicale italiano tra il 1901 e il 1925, con un’attenzione particolare ai compositori ignorati da dizionari e repertori, allo scopo di offrire uno strumento di ricerca agli studiosi e soddisfare la curiosità degli appassionati.

E. Beacco,

Offerta Musicale. La musica dalle origini ai nostri giorni,

Il Saggiatore,
2013
pp.960

Offerta musicale è una rete di 144 nodi, corrispondenti ad altrettante composizioni. Non è una scelta arbitraria. Conta la numerologia, che in musica è essenziale. Comanda il numero 12, quante sono le note della scala cromatica di Bach e della serie dodecafonica di Schönberg.

Sono composizioni che hanno contribuito a cambiare la musica della loro epoca e che hanno superato l’esame del tempo. Che hanno connessioni con il passato e con il futuro. Così L’arte della fuga è il propulsore di una geometria variabile che destabilizzerà Mendelssohn e Webern.

La dialettica di Beethoven sconvolge il nostro ascolto del precursore Mozart e dello sperimentale Liszt. Il teatro reale di Verdi entra in tensione con quello virtuale di Wagner. Il ritmo barbaro di Stravinskij vive accanto al morbido Debussy e al martellante Bartók. Stockhausen crede nella musica elettronica e in quella delle sfere celesti, come Pitagora quasi tremila anni prima.

F.Ammetto

I Concerti per due violini di VivaldiI Concerti per due violini di Vivaldi

Olschki
2013
pp.368

L’indagine sonda le origini ‘concettuali’ del doppio-concerto per due violini in Vivaldi, la natura, la disseminazione e la relazione reciproca delle fonti, occupandosi anche dell’analisi delle composizioni. Seguono una descrizione dei concerti per due violini di Telemann e Bach, una ricostruzione – effettuata dall’autore – dei due concerti incompleti RV 520 e 526 di Vivaldi, un elenco completo delle edizioni moderne dei suoi concerti per due violini e una discografia scelta degli stessi.

L.Berio,

Scritti sulla musica,

Einaudi
2013
pp.574

Nelle quattro ampie sezioni del volume si alternano conferenze e relazioni tenute a convegni o presso prestigiose istituzioni internazionali (tra queste, due lezioni a Harvard del 1967, finora inedite); saggi e articoli eterogenei per respiro e temi trattati, che abbracciano con pari curiosità intellettuale e responsabilità etica la musica propria e altrui, il lavoro nello Studio elettronico, il teatro, il rock, la musica popolare e tanto altro ancora; note di sala, voci enciclopediche, ricordi e omaggi a "compagni di strada" (anche lontani nel tempo o dalla propria arte), profili di musicisti, pittori o scrittori da festeggiare o commemorare, reazioni polemiche alimentate da letture o dibattiti e altre testimonianze sollecitate dai temi piú diversi. L'insieme di questi Scritti sulla musicaA offre per la prima volta una panoramica esaustiva e articolata di un pensiero, sempre critico e lucido, in cui un prisma di problematiche legate al fare musica convive, nutrendosene, con stimoli tra i piú diversificati e spesso apparentemente distanti dalla propria realtà artistica. Nell'insieme, una somma di idee, dati e testimonianze indispensabile non solo per conoscere Berio nei suoi innumerevoli addentellati fra musica e tutto ciò che è arte e pensiero, ma anche uno strumento - realizzato con criteri filologici - per comprendere punti fermi e svolte delle vicende musicali nella seconda metà del Novecento.

G.Bietti

Ascoltare Beethoven

LATERZA
2013
pp.

Un musicista e compositore, tra i migliori divulgatori musicali italiani, racconta un gigante della musica di tutti i tempi. Una storia in quattro movimenti, al pari di una sinfonia di Beethoven, che svela l’uomo, il linguaggio, i generi e i segreti del suo laboratorio musicale.

Il Tempo, lo Spazio, la Memoria, il Contrasto: quattro categorie fondamentali del pensiero musicale di Beethoven, essenziali per penetrare a fondo il senso della sua opera e della sua poetica, che Giovanni Bietti esplora per prime. Quindi, il complicato e sempre appassionante rapporto tra arte e vita, il contesto storico e sociale del tempo, l’esperienza della sordità, la malattia che segnò drammaticamente la sua esistenza. Poi la forma-sonata, i temi, le armonie, gli altri elementi del discorso compositivo, i suoi rapporti con la musica popolare, cui si dedicò per oltre quindici anni, realizzando centinaia di meravigliosi arrangiamenti di brani provenienti da ogni parte d’Europa. Infine, la musica: le opere pianistiche, l’orchestra e le nove sinfonie, i quartetti, le visionarie, straordinarie opere tarde. È un racconto che solo un musicista avrebbe potuto scrivere su Beethoven. Ora provate ad ascoltare: nel cd allegato 49 tracce musicali ci accompagnano alla scoperta di questo meraviglioso universo sonoro.

L. Pestalozza,

Mie memorie Vita Musica Altro

LIM,
2013
pp.683

«Un libro che percorre sessant’anni e oltre della mia vita, che porta nelle situazioni più diverse e anche inaspettate, ma non cronologicamente raccontato. Al contrario. E fatto da un montaggio di momenti, di lavori, di fatti, di rapporti, non di rado inattesi, messi uno accanto all’altro passando anche a distanza di decenni da una situazione per esempio malgascia a una situazione per esempio italiana o spagnola, così da proporre e consentire una lettura libera, varia, appunto non sottomessa alla consequenzialità: così che il lettore di Mie memorie Vita Musica Altro ha di fronte le sue seicento e oltre pagine di che in realtà procedono piuttosto come un mosaico di momenti anche personali fra loro separati territorialmente e magari anche da decenni, di situazioni vissute dall’autore, che per trama hanno i miei sessantacinque anni a o meglio attraverso la mia scrittura, di tutti, nel mondo musicale e non musicale, o meglio nel mondo dei popoli lontani ma come alla fine si scopre, interrelati fra loro dalla rottura appunto segnata dall’antifascismo che ha riguardato tutta la terra, per cui comunque siano andate, vadano le cose, il modo di conoscerli e viverli, anche di reagire personalmente a esse, sempre attraverso fatti concreti, veri, che c’è sempre l’altra faccia della luna. E questo non secondariamente per come il libro è costruito, la prima metà fatta di memorie, la seconda metà di documenti sorprendenti, straordinari, che riportano spesso in vita una storia musicale e civile, culturale nuova, dimenticata, fatta dimenticare, messa a tacere. Il contrario, insomma, Mie memorie Vita Musica Altro, della “fine della storia”» (L.Pestalozza)

L.Alberti,

La giovinezza sommersa di un compositore: Luigi Dallapiccola

Olschki
2013
pp.522

Si raccontano i primiquaranta anni della vita di Luigi Dallapiccola, dei settantuno da lui vissuti (Pisino 1904 - Firenze 1975). Questo musicista, tra i ben pochi che, nel secolo scorso, l’Italia abbia annoverato a livello internazionale, ebbe una costante propensione autobiografica. L’ha dimostrata nei molti scritti da lui pubblicati, nella sua stessa famosa conversazione; ma proprio l’evocazione della giovinezza, nelle sue pagine e nella sua conversazione, ha subito rimozioni. Il suo antifascismo, in particolare, è stato conversione non tardiva e assolutamente non opportunistica. Ma l’impegno di storicizzare quanto più fosse possibile attorno a una personalità così complessa ha indotto a ricorrere al copioso epistolario, conservato in stragrande misura presso l’Archivio contemporaneo del Gabinetto Vieusseux (con ricognizioni anche altrove), per quanto – di esso – sia a tutt’oggi accessibile. Sulle lettere ad familiares, infatti, come sul Diario gravano i sigilli di una privacy cui il Maestro ha sempre tenuto; e graveranno per decenni a venire.

Ne è emersa la storia di un italiano vissuto in tempi difficili – in una travagliatissima Firenze – e, insieme, la storia di un musicista, per il quale consapevolezza civile e percorso artistico sono maturati secondo una convergenza estremamente sintomatica ed emozionante.

P.Prato

La macchina della musica

ERI
2013
pp.

Dal fonografo al registratore a cassette, dal uke-box alla radio, dal karaoke al walkman, dal lettore Cd all’iPod, le macchine musicali e i loro supporti (cilindro, disco, nastro, compact disc, mp3, ecc.) hanno segnato l’evoluzione dell’arte dei suoni rendendola fruibile a tutti in spazi pubblici e privati, dall’abitazione domestica alla passeggiata con cuffie. Il libro affronta lo sviluppo delle macchine per la riproduzione e la registrazione di musica in prospettiva storica, scegliendo una periodizzazione che riflette il tipo di tecnologia dominante, dall’era degli automi a quella meccanica, dall’era elettrica a quella digitale scoprendo di volta in volta anche altri punti di vista, strettamente intrecciati alla tecnica e alla società: l’economia, le oscillazioni del gusto, i comportamenti e le abitudini di ascolto, oltre a statistiche e curiosità.

M.Feldman

Pensieri verticali

Adelphi
2013
pp.305

Se la novità radicale rappresentata dall'irruzione di Morton Feldman sulla scena newyorkese fu in quel modo di comporre diverso da ogni altro (compreso quello del suo maestro Cage), ciò che sorprende per contrasto nei suoi scritti è la scintillante vivacità di una penna la cui verve polemica e incurante ironia ancora oggi lasciano il segno. Nessuna tenerezza per Darmstadt. Questi pensieri verticali sono come frecce avvelenate che si incuneano fra i resti di alcune inscalfibili certezze, corrodendole dall'interno. Una meditazione sulle essenze musicali, e sul tempo – «è la scansione del tempo, non il Tempo in sé, che è stata spacciata per l'essenza della musica» scrive Feldman. E ancora: «A me interessa come questa belva vive nella giungla, non allo zoo» –, ma anche sui fili misteriosi che legano da sempre Arte e Società: «la società, per come la vedo io, è una specie di mastodontico apparato digerente, che tritura qualunque cosa gli entri nella bocca. Questo smisurato appetito può ingollare un Botticelli in un sol boccone, con una voracità da terrorizzare tutti tranne il guardiano di uno zoo. Perché l'arte è così masochista, così desiderosa di essere punita? Perché è così ansiosa di finire dentro quelle gigantesche fauci?». Sfogliare queste pagine sarà allora un po' come affacciarsi al Cedar – il bar dell'Ottava Strada dove, in compagnia di personaggi come Pollock, Rauschenberg o de Kooning, Feldman trascorreva notti intere in discussioni accanite – e fermarsi ad ascoltare una voce che una volta sentita difficilmente si potrà dimenticare.

A. Macchia

Benjamin Britten

L'EPOS
2013
pp.468

La prima monografia italiana su Benjamin Britten adempie la predizione di Rostropovich: «Io vi giuro che verrà il tempo di Britten». In occasione del centenario della nascita il libro celebra non soltanto il maggiore compositore inglese, ma uno dei piú rappresentativi di tutto il ventesimo secolo. Esaminandone la produzione un titolo dopo l’altro, al passo dei dettagliati accadimenti biografici, l’autore svela inosservate attitudini sperimentalistiche e sovverte definitivamente l’immagine del tradizionalista talentuoso. L’inarrivabile pianista e l’audace imprenditore culturale, il protagonista del movimento documentaristico britannico e l’araldo di un secondo Avvento concorrono a determinare l’identità di un artista capace di combinare in una personalissima sintesi le molteplici espressioni dell’articolata civiltà inglese dei suoi anni. La rivelazione dell’occulto e assiduo dialogo con la poesia e la dottrina esoterica di Yeats, l’analisi dei nessi fra l’antimilitarismo e la tipologia della formazione religiosa, l’indagine dei legami con il contemporaneo poetic drama costituiscono una lettura alternativa all’esegesi anglosassone corrente. Con eleganza e delicatezza sono altresí affrontate le problematiche inerenti all’omosessualità e al chiacchierato rapporto con i bambini. A corredo del volume è il catalogo completo delle opere.

P.Mioli

Recitar cantando. Il teatro d’opera italiano - Il Settecento

L'EPOS
2013
pp.668

Mezzo barocco e mezzo classico, trascorso dal morente Provenzale al nascente Rossini, il Settecento è un secolo effettivamente zeppo di musica, teatro, melodramma, belcanto, molto piú del Seicento. Quindi una trattazione che non voglia limitarsi a un pur necessario panorama generale ma si proponga di descrivere, letteralmente, correnti, scuole, autori, titoli, interpreti, questo e quel fenomeno, deve soprattutto avere la pazienza di raccogliere, riassumere, uniformare quanto offre la bibliografia e un po’ anche di scavare, cercare, puntare l’occhio altrove. È quanto s’ingegna di fare questo pingue volume, che certo passeggia volentieri sulle cime di Händel, Pergolesi, Cimarosa, Gluck e Mozart ma dà una bella occhiata anche a Hasse, Galuppi, Salieri, Zingarelli e cosí via. Un’altra freccetta al suo arco vorrebbe però avere il volume, in ciò allineandosi perfettamente agli altri e dunque continuando a vivere nello spirito della collana: prendere le mosse dall’attualità, dalla considerazione odierna del periodo, dalla sua fortuna nella discografia, dalla sua presenza in libreria è sembrato un avvio abbastanza originale, giusto, libero da ogni sospetto di accademismo e piú vicino al cuore pulsante di quell’eterna follia che si chiama melodramma.

DE BENEDICTIS A.I., a cura di,

Luciano Berio. Nuove prospettive. New Perspectives,

Olschki
2012
pp.494

Recensione

C. BERGO MARZOLLA,

Piccole Storie d'Arpa

Armelin
2012
pp.30

Il libro è pensato, scritto e dedicato a chiunque desideri cimentarsi con lo studio dell'arpa celtica o a pedali.

Al termine della raccolta è presente una breve guida destinata ai docenti e alle famiglie degli studenti che vogliano seguire e partecipare attivamente all'apprendimento dell'arpa da parte dei musicisti più giovani (secondo gli insegnamenti del Metodo Suzuki): in queste pagine vengono forniti consigli tecnici, brevi indicazioni per lo studio e suggerimenti per l'ordine di lavoro al fine di poter meglio comprendere e realizzare gli obiettivi di ciascuna composizione.

R.BARONCINI,

Giovanni Gabrieli

L’EPOS
2012
pp.632

Giovanni Gabrieli, al vertice della tradizione musicale veneziana avviata da Adriano Willaert, fu con Monteverdi tra i massimi compositori italiani ed europei di fine Cinquecento. Autore di musica sacra per grandi organici policorali, destinata in buona parte al cerimoniale civico-religioso della basilica di San Marco, Gabrieli fu anche l’iniziatore di un repertorio di musica strumentale d’assieme di complessità e dignità artistica pari a quello della migliore musica vocale sacra e profana dell’epoca. Avvalendosi di nuove fonti documentarie e di una accurata ricontestualizzazione delle fonti musicali, il presente volume oVre una nuova immagine del compositore, più aderente alla variegata vita musicale veneziana dell’epoca, fornendo al contempo una piú chiara comprensione del ruolo rilevante che egli, pur nel rispetto della tradizione policorale marciana, ebbe nell’affermazione del nuovo stile concertato e di tutti quegli stilemi tecnico-espressivi propri della nuova musica del Seicento.

G.VERDI1

Lettere

EINAUDI
2012
pp.1170

Ci sono personaggi che diventano icona di una nazione, di un periodo storico, delle trasformazioni sociali di un'epoca. Verdi è stato senz'altro uno di questi. Ripercorrerne la vita attraverso le lettere significa ovviamente incrociare la storia della musica e del teatro, che Verdi ha contribuito a cambiare in modo radicale. Ma significa, piú in generale, osservare in maniera concentrata e al piú alto livello simbolico l'Italia risorgimentale e protounitaria da tanti punti di vista: quello politico, quello economico-sociale (la carriera di Verdi come nascita anche nel nostro paese di un'imprenditoria moderna), quello linguistico. Da queste lettere, scelte con cura tra varie migliaia e ripubblicate con attenzione filologica da Eduardo Rescigno (conservando gli usi e gli errori ortografici di Verdi), ogni lettore potrà trovare il suo percorso preferito: dal rapporto con i librettisti a quello con gli impresari e con l'editore Ricordi; dalla genesi delle opere alle battaglie contro la censura; dalla vita privata del maestro, con i suoi oculati investimenti, alla partecipazione o alla distanza dalla politica. Sicuramente dalle lettere emerge appieno anche il carattere dell'uomo, la sua determinazione, le sue ire, l'ambizione e la coscienza del proprio valore, la sua non frequente disposizione al sorriso che però, quando in vena, si rovescia nella capacità di scrivere lettere spiritosissime, ironiche e talvolta perfino autoironiche. Rescigno ha costruito una serie di apparati per permettere il maggior agio possibile nella scorribanda all'interno del volume: «cappelli» biografici all'inizio di ogni sezione cronologica, note a piè di pagina, un dizionarietto dei personaggi principali che vengono nominati nelle lettere, la trama sintetica di tutte le opere verdiane. Il volume può essere cosí un materiale di studio in vari campi, una lettura piacevole, una fonte inesauribile di curiosità. Verdi è sicuramente una delle caselle chiave dell'albero genealogico degli italiani. Guardarlo da vicino, come solo si può fare attraverso la corrispondenza, è capire che cosa siamo stati, cosa siamo, e che cosa non siamo piú.

BADOLATO N.,

I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli

Olschki
2012
pp.534

I drammi per musica di Giovanni Faustini costituiscono il nucleo di gran lunga più importante nella fase originaria del teatro d’opera italiano, quella corrispondente all’apertura dei primi teatri impresariali a Venezia negli anni ’40 del Seicento. Nel corso di una decennale collaborazione con Francesco Cavalli Faustini produsse dieci drammi che risultarono cruciali per la codificazione e il consolidamento del genere: La virtù de’ strali d’Amore; L’Egisto; L’Ormindo; La Doriclea; Il Titone (1645); L’Euripo ; L’Oristeo ; La Rosinda ; La Calisto ; L’Eritrea . Questo volume li presenta in un’edizione critica che ne consente una lettura distesa e precisa, indispensabile per comprendere appieno, oggi, la drammaturgia secentesca. L’introduzione critica approfondisce le caratteristiche stilistiche dei testi, le tecniche di scrittura, il ruolo del librettista in rapporto al lavoro del compositore e dello scenografo, il legame tra l’attività letteraria e quella musicale e teatrale nel processo di istituzionalizzazione del teatro d’opera nella Venezia di metà Seicento.

DE BENEDICTIS A. I., MOSCH U. (a cura di),

Alla ricerca di luce e chiarezza. L’epistolario Helmut Lachenmann - Luigi Nono (1957-1990),

Olschki
2012
pp.296

Sono raccolti nel volume più di centoventi documenti – tra lettere, cartoline, telegrammi ecc. – scambiati nell’arco di circa trent’anni tra due delle più grandi personalità della musica contemporanea. La storia di un rapporto artistico e umano di insolita intensità e importanza a essere narrata, fatta di ammirazione, amicizia, condivisione di interessi, lunghi silenzi e momentanee incomprensioni. Dalle iniziali discussioni sulla tecnica compositiva e le poetiche musicali degli anni Cinquanta-Sessanta agli scambi di rara forza emotiva degli ultimi anni Ottanta, nel corso del carteggio si evidenzia una identica passione nei confronti del ‘fare musica’, di un impegno vissuto da entrambi profondamente sebbene con esiti ed emozioni talora divergenti.

Pubblicato in lingua originale, l’epistolario è ricostruito dai curatori integralmente ed è corredato da tre Appendici che raccolgono nell’ordine ulteriori lettere scritte da Lachenmann a Nono (ma mai spedite), comunicazioni intercorse tra i due corrispondenti e altre personalità musicali del secondo Novecento e, infine, sette testi di Lachenmann su Nono (perlopiù inediti) scritti tra